Sostenibilità e paesaggio nell’Europa contemporanea

Abstract della conferenza tenuta il 10 novembre 2011 all’Accademia di Architettura di Mendrisio

La sfida lanciata dai protocolli internazionali sull’ambiente vede ormai da alcuni lustri l’antico continente in prima linea per l’elaborazione di politiche urbane e territoriali innovative e la sensibilizzazione verso nuovi e diversi modelli comportamentali, maggiormente attenti alla sostenibilità ambientale che si affianca ormai di norma, a quella economica, sociale e istituzionale: in primis per il peso nella produzione e consumo di beni materiali ed immateriali; secondo per la concentrazione di strutture urbane e di infrastrutturazione del territorio; inoltre per la straordinaria continuità storica delle stratificazioni antropiche che ci tramanda uno dei patrimoni paesaggistici più ricchi e suggestivi del mondo; infine per la consapevolezza del ruolo guida e di modello svolto dagli organismi europei nel sostegno delle politiche ambientali e della cultura in ogni sua manifestazione.
A distanza di alcuni decenni dai primi studi teorici sulla sostenibilità ambientale possiamo tranquillante affermare che essa viene ormai condivisa ampie aree della comunità scientifica internazionale e che le sue applicazioni pratiche sono impiegate con regolarità nella gestione del territorio e in molti settori di produzione. Potremmo sostenere che l’orizzonte economico all’epoca della globalizzazione è rappresentato dalla sostenibilità ambientale e dalle sue applicazioni pratiche, da molti identificate nell’insieme come Green Economy.
Anche la categoria culturale del paesaggio ha cessato di esprimere unicamente il suo valore iconico e di sfondo al gesto architettonico per assumere quello di strumento di progettazione alla scala ampia: la pianificazione territoriale e l’urbanistica hanno assunto il paesaggio come livello di progettazione integrata grazie alla sua natura multidisciplinare, cioè capace di raccogliere e far interagire innumerevoli elementi presenti sul piano fisico, istituzionale, storico e culturale.
L’elenco dei temi si rinnova anche a partire da una ricerca continua offerta dalle esigenze espresse delle pubbliche amministrazioni (Agenda 21 locali) nella gestione quotidiana del territorio secondo i principi della sostenibilità ambientale. Inoltre la gestione dei progetti a grande scala che richiede crescenti competenze tecnologica e l’impiego anche parziale di discipline molto diverse offre oggigiorno all’architettura del paesaggio nuove opportunità professionali, sancite anche dalle normative dei singoli paesi riferite alla ratifica della Convenzione Europea del Paesaggio che sostiene i principi di consapevolezza sociale e politica del paesaggio come opportunità di sviluppo per le collettività locali. Ricerche per rendere maggiormente obiettive le normative sull’impatto paesaggistico dei piani regionali e di nuove infrastrutture a scala territoriale, al pari delle valutazioni ambientali, sono ormai nel programma dei principali osservatori ed organismi europei afferenti al paesaggio europeo.

Ascolta la registrazione dell’intervista rilasciata alla RSI Radio Televisione Svizzera “Lo sciamano in bicicletta” del 23 dicembre 2011 alle ore 17.05 a cura di Feo del Maffeo

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Antoine-Laurent Lavoisier

Nulla si crea, nulla si distrugge, ma tutto si trasforma. Antoine-Laurent Lavoisier

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Crisi dello spazio pubblico. La chiave italiana

Pubblicato in ‘Scape n.1 2011 (stralcio del testo originale in italiano)

E’ sotto gli occhi di tutti: l’Italia vive da almeno vent’anni uno dei periodi di crisi più profondi della relativamente giovane storia democratica. Il crescente individualismo e l’emergere di forme tecnologiche innovative di comunicazione (TV e internet) ben controllate dall’attuale regime politico, ha prodotto il definitivo mutamento antropologico del rapporto tra le comunità locali e gli spazi della propria vita collettiva. Rapporto che proprio nella nostra penisola nel lontano passato ha permesso la nascita e lo sviluppo delle forme più originali dello spazio pubblico: le piazze civiche.
In tal senso potremmo dire che le attuali condizioni delle “cento città” (*) italiane rappresentano un vero e proprio laboratorio sul futuro dello spazio pubblico, come almeno è stato considerato fino ad ora.
Pier Paolo Pasolini, figura di poeta poliedrico e fine intellettuale, descrisse con estrema lucidità attraverso numerosi lavori giornalistici e filmici, la trasformazione antropologica e culturale vissuta dalla società italiana uscita dal disastro della seconda guerra mondiale ed avviata verso una inedita condizione di benessere. L’amore verso l’autentico e la specificità dei luoghi, come espressione della vita corale delle collettività locali, lo portò a denunciare a più riprese l’appiattimento dei valori proposti dai modelli emersi nella seconda metà degli anni ’60, proprio grazie alla diffusione del mezzo televisivo nelle famiglie italiane. Confrontando in modo esemplificativo il suggestivo profilo della città di Orte in cui iniziavano a verificarsi le prime forme di degrado dovute a interventi edilizi con la città di nuova fondazione di Sabaudia, Pasolini nell’intervista-documentario “La forma della città” trasmesso sulla RAI agli inizi degli anni ’70, dichiarò che l’omologazione culturale delle diverse realtà regionali italiane a cui il fascismo aveva aspirato senza successo per più di un ventennio, era stata raggiunta in pochissimi anni dal consumismo dilagante alla fine degli anni ‘60. Una visione aspramente critica della società italiana e un’aperta denuncia nei confronti dei partiti politici di allora, nonché dell’intera classe dirigente italiana, che da lì a poco gli costò la vita (**). La perdita dei valori locali, sebbene contrastata da un consistente movimento d’opinione con decise connotazioni conservatrici che nel frattempo stava crescendo nel Paese, e una certa avversione verso tutto ciò che rappresentava “tradizione”, costituì il terreno fertile per il depauperamento della lunghissima storia dialogica tra le collettività locali e la costruzione dei luoghi; relazione che ha reso uniche le campagne, i piccoli centri rurali, gli spazi pubblici, le piazze e i centri storici delle città principali. L’oblio mnemonico, la perdita di consapevolezza delle ragioni che hanno prodotto il paesaggio italiano e l’eccesso di benessere diffuso hanno aperto le porte al disinteresse nei confronti dello spazio circostante e al cattivo gusto delle nuove edificazioni. A ciò si aggiunge la notoria indole di un popolo stretto attorno alle istituzioni della famiglia e della collettività locale ma cinico e tendenzialmente anarchico, con una buona dose di sospetto strutturale verso le autorità che sin dall’antichità vennero imposte da dominazioni straniere. L’opportunità della prevaricazione nei confronti degli altri e del disprezzo delle regole rappresentano ora, per esempio, i principali ostacoli allo stabilizzarsi di piani di tutela e valorizzazione del paesaggio (***).
[....]
L’argomento tecnologico e l’epistemologia del progetto non risultano secondari. L’industrializzazione del mercato edilizio e la standardizzazione dei processi costruttivi, ma soprattutto l’uniformazione sull’intero territorio europeo delle normative che regolano la realizzazione dello spazio antropizzato, delineano chiaramente i limiti di intervento del progetto dettando nuove condizioni e diverse modalità di intervento. Il problema sembra essere l’applicazione generalizzata delle tecniche di marketing e project financing a tutta la produzione dell’occidente, anche quella edilizia e dello costruzione dello spazio collettivo. La certezza della esecuzione dei lavori secondo le attese finanziarie dei promotori e quelle dei fruitori ha letteralmente rivoluzionato il ruolo del progettista, dovendo egli eseguire nella maggior parte dei casi semplici procedure di assemblaggio di semilavorati al fine di avvicinare il più possibile la realizzazione finale dell’opera al concept iniziale del progetto, a quanto cioè è stato anticipatamente promosso e venduto con le immagini di photoshop. La suddivisione dei ruoli e delle competenze garantisce sì maggiori certezze, ma rilega l’architetto al semplice ruolo di “creativo” del processo di costruzione di un prodotto in sé compiuto, che non ammette modifiche in corso d’opera, esattamente come avvenuto in passato nel campo del “forniture design”. Per l’architetto-scenografo, l’esperienza del luogo e l’analisi delle risorse passano quindi in secondo piano rispetto alla sua capacità di produrre sempre nuove e seducenti figure, di immaginare nuovi luoghi senza necessariamente partire dalla loro realtà fisica, dalle relazioni contestuali, dalle precedenti vocazioni: in questo consiste la connessione dell’architetto al mondo della comunicazione, delle riviste internazionali, dei mass-.media, dello star system e del consenso politico. Quest’ultimo torna ad essere centrale rispetto alle possibilità di incarico e quindi di avviamento della attività professionale. L’architetto ha perso il suo distacco critico dalla politica.
L’efficacia sempre più temporanea dell’azione politica sullo spazio pubblico nella città contemporanea sposta l’interesse delle scelte progettuali nella direzione della realizzazione di installazioni temporanee capaci di rappresentare la novità in quanto tale ad evocare e non affrontare i temi di attualità presenti nel dibattito architettonico. Mentre si accumulano le problematiche ambientali irrisolte nelle più importanti città italiane per il ritardo con cui vengono affrontato dalla politica le scelte infrastrutturali di base, si moltiplicano è acquisiscono sempre maggior peso, purtroppo anche nella cultura progettuale, le proposte utopiche e ed ambiental-populiste capaci incrementare sensibilmente il consenso politico. Riviste, critici, mostre, amministrazioni pubbliche cadono in tale tranello teso dalla banale mercificazione del prodotto. In tutto ciò lo spazio pubblico non è altro che la rappresentazione fisica della precarietà delle relazioni sociali dominate ormai anche esse dagli interessi e dalle logiche di mercato. Nel mondo dominato dal marketing esperienziale la figura dell’architetto lascia definitivamente lo spazio a quella del set-designer (*****).

Antonio Angelillo marzo 2011

(*) Il termine “cento città” viene impiegato normalmente per indicare la penisola italiana in età comunale.
(**) Pier Paolo Pasolini venne soppresso in circostanze oscure. Solo negli ultimi anni vennero denunciate gli insabbiamenti da parte dell’allora regime politico.
(***) Vedi il protrarsi delle leggi sul condono edilizio e la legge del Piano Casa promulgata dall’attuale governo Berlusconi che prevedeva all’origine la possibilità di chiunque di ampliare di un terzo gli edifici residenziali senza alcun progetto edilizio e in qualsiasi contesto.
(****) Ne è un esempio il confronto tra i progettisti del concorso City Life di Milano
(*****) Figura inizialmente legata alla sola produzione di set cinematografici o pubblicitari.

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Walt Whitman

Mi contraddico? Ebbene sì. Mi contraddico. Sono vasto, contengo moltitudini. Walt Whitman

 

 

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Il Pritker Prize 2011 a Souto de Moura

Il Giornale dell’Architettura n.94 maggio 2011

È curioso pensare che, a quasi vent’anni di distanza, la più alta onorificenza per la disciplina sia stata assegnata proprio a due architetti di due generazioni diverse, Alvaro Siza ed Eduardo Souto de Moura, appartenenti alla stessa città che hanno insegnato nella stessa università, percorso molte esperienze progettuali comuni e che condividono oggi gli edifici dove lavorano e perfino il condominio dove abitano. Eppure a guardarle bene le loro architetture appaiono estremamente differenti, quasi appartenenti a due pianeti diversi.
Esistono una serie di evidenti motivi che hanno reso la figura di Souto de Moura originale e autonoma rispetto a quella di Siza, determinandone una rapida ascesa e collocazione, non ancora quarantenne, all’interno della cultura architettonica contemporanea. Bisogna innanzitutto rilevare la corrispondenza tra il periodo di crescita e maturità dell’autore da un lato, e il riconoscimento istituzionale e il carattere di eccezionalità che lo sviluppo della professione ha avuto in Portogallo dall’altro; ciò ha significato una maggiore possibilità sperimentale «sul campo» e l’assunzione di certi connotati di concretezza ed empirismo che le sue opere effettivamente possiedono.
D’altro canto è anche vero che la straordinaria evoluzione dell’architettura portoghese, composta da personalità tanto differenti, ha suscitato a partire dalla seconda metà degli anni ottanta l’interesse di buona parte della critica internazionale, irrompendo così, con un «effetto novità» generalizzato, all’interno dei media specializzati. Souto de Moura interpreta ma al contempo contraddice e supera il noto paradigma dell’architettura portoghese come puro fenomeno regionale nato dalla condizione d’isolamento in cui un gruppo limitato di architetti era costretto a operare nella seconda metà del Novecento. Attraverso una certa continuità dei temi studiati nella sequenza delle sue opere degli anni novanta, che vengono intese come dimostrazione di problemi pratici sempre diversi da indagare, e nuove e fruttuose ricerche relative alle condizioni costruttive e professionali che hanno segnato l’ingresso del suo paese nella globalizzazione, Souto de Moura ha avuto il merito di spostare l’asse del discorso fino a quel momento dominante la scena della cultura progettuale, non solo in Portogallo.
Dei suoi maestri Fernando Tavora e Siza condivide in fondo solo le scelte di campo: la negazione del problema linguistico come centro del discorso architettonico, la ricerca di una nuova lettura (non analitica-razionale ma soggettivo-ambientale) del contesto, la restituzione della pratica artistica nel processo progettuale, la riscoperta dei valori della concretezza e del realismo impliciti nel mestiere, la fiducia di una certa oggettività riposta nella costruzione. Lungi dalla visione assoluta e irrazionale del bel disegno presenti nello storicismo postmoderno dominante a cavallo del 1990, i progetti di Souto de Moura interpretano e rendono espliciti i principi primari contenuti nel contesto, legandosi profondamente alla situazione specifica, valutandone fino agli estremi i presupposti del programma, chiarendo tecnologicamente la contrapposizione tra innovazione e tradizione presente nell’epoca della transizione portoghese verso un nuovo sistema economico.
Il contesto rimane un tema ricorrente nelle sue opere. In ogni caso si tratta di lavorare concretamente in esso aggiungendo, sottraendo, spostando, dividendo degli spazi e delle materie, operando con tecniche primitive che richiedono chiarezza: quindi linee e piani geometrici semplici. Un processo esattamente contrario a quello di concettualizzazione dello spazio e di tentativo della rappresentazione dell’assoluto nelle quali hanno proceduto le prime avanguardie fino al riduzionismo linguistico di Mies van der Rohe. Souto de Moura parte invece dalla trasformazione concreta del sito raggiungendo faticosamente, con gesti discreti e precisi e assumendo alcuni elementi del linguaggio miesiano come modello da adattare, gli obiettivi primari del progetto. Tutto ciò richiede, date le condizioni del contesto in cui avviene la costruzione, una certa elementarità del linguaggio, anche per un semplice problema di comunicabilità sul cantiere. Sforzo che lo lega da un lato alle avanguardie concettuali nella scultura contemporanea, dall’altro alla tradizionale produzione edilizia del Portogallo, basata sulla razionalità della costruzione e su una certa dose di pragmaticità.
L’azione progettuale per Souto de Moura opera una profonda trasformazione di senso del sito dividendo, creando limiti di nuovi ambiti, sottolineando caratteri, esprimendo giudizi su tutto ciò che c’è intorno. In tal modo è comprensibile il recupero dell’importanza divisoria del muro (presente in molte sue prime opere come le case realizzate per l’alta borghesia del nord del paese dove spesso ha operato, inteso come la definizione di limite) elemento costitutivo di ambiti spaziali e generatore di significati e funzioni differenti se non contrapposti.
Dal Sec di Porto allo Stadio di Braga, dalle stazioni metropolitane di Porto alla pousada di Santa Maria do Bouro, alle numerose opere costruite all’estero, egli non dimostra nostalgia per i materiali naturali né stupore per le alte tecnologie: un’equilibrata miscela di diversi materiali e tecniche, artigianali e di assemblaggio, convergono in un unico risultato efficace ed economico. Può forse non essere l’unico modo ma è senz’altro quello che permette una riscoperta del valore percettivo dei materiali naturali senza evitare l’impatto delle tecnologie avanzate. Souto de Moura vuole infatti a ogni costo far emergere nelle sue opere l’ostinata identità dei materiali. Proprio come nelle sculture di Carl Andre viene esibita la loro specifica proprietà, orientando le fibre, studiando i tagli e le molteplici possibilità d’impiego, prevedendone persino la deformazione e il loro ovvio deteriorarsi. È questa l’origine dello studio paziente del dettaglio, in quanto detentore dei segreti della qualità dell’edificio: «Le bon Dieu est dans le détail», diceva Gustave Flaubert ripreso successivamente da Mies in architettura. Anche in questo caso Souto de Moura è cosciente che non occorre inventare niente poiché esiste un patrimonio di soluzioni e di dettagli già sperimentati dal Movimento moderno che si possono riusare o adeguatamente ridisegnare.
La verità è che «già nei suoi primi lavori, intrapresi nel 1980, Souto de Moura ha avuto un approccio coerente, senza mai adottare le tendenze del momento. A quel tempo, durante il culmine del postmodernismo, dopo aver sviluppato il suo singolare percorso, era decisamente fuori moda. Se guardiamo oggi, i suoi primi edifici possono sembrare normali, ma dobbiamo ricordare quanto realmente coraggiosi fossero allora» (dal verbale della giuria). Antonio Angelillo

Scarica l’articolo in pdf http://www.antonioangelillo.it/materiali/GdA/GdA_094_p1.pdf

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Altro che favorevoli o contrari…

Recentemente siamo stati sottoposti a una pubblicità televisiva che per me risulta un vero insulto all’intelligenza: un confronto d’opinione a partire da una partita di scacchi che voleva insinuare nella mente degli italiani la necessità di discutere in un ipotetico “forum on line” sull’introduzione o meno del nucleare in Italia. Si tratta di una discussione del tutto inutile, e sarebbe stata inesistente fino a qualche mese fa, se un ministro della repubblica non si fosse espresso favorevolmente al recupero di questo genere di produzione di energia nel nostro paese. Una campagna pubblicitaria progettata a tavolino per promuovere un referendum che probabilmente permetterà ad una ristretta lobby di tecnici, manager e comunicatori di trarre profitto dal movimento di finanziamenti pubblici necessari per promuovere, pubblicizzare, convincere e pianificare il nucleare. Non dico realizzare centrali nucleari, questo per fortuna sarà difficile. Solo parlarne. Infatti, considerati tutti gli aspetti economici e di mercato, c’è da dubitare che qualche grande produttore di energia decida di investire su nuove centrali nucleari in Italia se non grazie a consistenti finanziamenti pubblici, ovviamente a fondo perduto. E’ lecito il sospetto quindi che si tratti dell’ennesimo marchingegno progettato per spillare i soldi dallo stato come per le grandi opere pubbliche. Bisogna essere realistici: costa meno comprare questo genere d’energia dall’estero che produrcela in casa, in attesa che si esauriscano nei prossimi decenni pure i giacimenti di uranio oltre quelli dei combustibili fossili. Al di là della questione “sicurezza” che, come si è visto, è tutta da dimostrare. Se lo stesso premio nobel, il fisico nucleare Carlo Rubbia sostiene che è inutile accanirsi su una fonte di energia che non riesce ad offrire ormai nessun efficace incremento in termini di produttività e sicurezza, risulta insopportabile una propaganda che assegna proprio il pedone nero e l’inflessione di voce contrariata a chi invece guarda avanti, pensa ad altre forme di energia, pensa positivo. La mancanza di una adeguata politica energetica nazionale che metta insieme la grande opportunità delle nuove tecnologie e lo straordinario sistema territoriale e geografico italiano invece di rincorrere modelli ormai superati che gli altri paesi occidentali stanno già abbandonando da anni: questa è la vera discussione da fare.

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Eric Fromm

Se io sono quello che ho e perdo quello che ho, allora chi sono? Eric Fromm

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Chi comanda a Milano (uncut)

Appunti preparati per l’introduzione all’inchiesta “Chi comanda a Milano” pubblicata nel numero 91 febbraio 2011 del Giornale dell’Architettura presentato il 22 febbraio alle ore 21.00 alla Casa della Cultura a Milano.

1. Milano rappresenta attualmente uno dei più dinamici mercati immobiliari europei e il luogo dove si concentrano e si depositano storicamente, a diversi livelli, gli interessi finanziari del resto d’Italia. Compresa quella delle mafie.
2. Milano e la Lombardia sono un eccezionale laboratorio politico che ha dato origine ai movimenti operai, ai sindacati e che ha strutturato i grandi movimenti di destra dominanti la scena nazionale e internazionale: il fascismo di Mussolini, la destra socialista di Craxi, la lega di Bossi, e ovviamente il berlusconismo.
3. La straordinaria continuità politica dei tre livelli amministrativi (Comune, Provincia, Regione) che si verifica dal 1993 ha permesso per la prima volta in Italia di sperimentare sul campo le politiche territoriali della nuova destra che privilegiano due principi ideologici: deregulation e ampi spazi all’azione dei privati. L’antico Piano Regolatore, cioè che regolava gli interessi privati e pubblici, è stato messo in soffitta con tutto il suo bagaglio riformista. 
4. Non esistono dubbi: l’attuale condizione del territorio milanese è il risultato diretto di quasi vent’anni di tali politiche territoriali.
5. La delega alle regioni sulla legislazione urbanistica ha dato luogo alla legge regionale che ha rielaborato l’intero impianto normativo e permette ai singoli comuni di dotarsi di un proprio strumento elaborato ad hoc. Nel caso di Milano sono stati rielaborati e sono in fase di approvazione i tre principali piani: PGT (comunale) PTCP (provincia) PTR (regione).
6. La filosofia degli ultimi vent’anni, e presente anche nei piani in approvazione, consiste nella riduzione del peso dell’ente pubblico all’interno della pianificazione del territorio a fronte di un maggior impegno degli investitori privati, fenomeno che si manifesta nelle seguenti modalità: taglio del bilancio e dell’organico degli uffici di pianficazione (PRG appaltato a studi e consulenti esterni), snellimento delle procedure, riduzione del controllo, interpretazione strumentale degli standard urbanistici, impiego della contrattazione diretta pubblico/privato per ottenere benefici pubblici a fronte di una maggiore libertà del modo con cui i privati ottengono profitti dagli investimenti, disponibilità sul mercato di nuove aree a fini edificatori per incassare gli oneri di urbanizzazione, libero mercato degli affitti e delle vendite, svilimento della funzione calmieristica del mercato operato tradizionalmente dall’ex IACP.
7. Le aree industriali dimesse sono state negli ultimi vent’anni la grande risorsa di sviluppo immobiliare per Milano. Nel limbo prodotto dalla mancanza del nuovo piano a Milano si è operato per progetti separati, con alti indici di edificabilità e delegando ai privati il disegno morfologico. I grandi gruppi immobiliari, che si possono contare sulle punte delle dita, si sono accaparrati tra la fine degli anni ’80 e gli inizi degli anni ‘90 tutte le aree edificabili (e non) ed hanno operato sempre relazionandosi direttamente con i rappresentanti politici. Cioè, in mancanza di strumenti urbanistici adeguati ad un controllo della gestione del territorio, i progetti sono stati contrattati (concertati) direttamente con i rappresentanti politici. Anzi possiamo tranquillamente dire che alcuni dei protagonisti della scena politica degli ultimi anni sono nella maggior parte dei casi espressione diretta o indiretta degli interessi dei grandi gruppi immobiliari.
8. Gli unici conflitti a cui assistiamo sulle pagine dei giornali tra i protagonisti dei diversi livelli amministrativi sono legati alla gestione delle proprietà delle aree. Per esempio quelle della Expo. I consigli delle pubbliche amministrazioni si occupano poco delle problematiche sociali (immigrazione, alloggi, servizi, sicurezza) o ambientali (inquinamento e reti infrastrutturali).
9. Per legittimare questa politica che vincola l’immagine architettonica agli affari sono state chiamate archistar (di dubbia qualità, anzi alcune non sono neanche tali) che stanno sconvolgendo lo skyline della città con grattacieli, oggetti giganteschi senza grazia, enormi Mazinga più adatti alle nuove megalopoli orientali. Niente da fare con la storia del movimento moderno che ha realizzato la città tra gli anni ‘30 e gli anni ’50. L’architettura e il buon gusto non abitano più qui.  Le archistar che non si piegano agli interessi immobiliari vengono esonerate.
10. Né il Politecnico, né l’Ordine degli Architetti hanno preso ufficialmente posizioni critiche rispetto ciò che sta accadendo a Milano.
11. Non esiste un libero mercato immobiliare a Milano. Un accordo tra le reti delle agenzie immobiliari che controlla il mercato dell’usato e i grandi gruppi che gestiscono le nuove realizzazioni definisce prezzi, tempi  e modalità di vendita in modo che nessun proprietario ci rimetta. La dinamica immobiliare ha solo parzialmente interessato le piccole imprese essendo quasi assenti le possibilità di lottizzazioni a bassa densità. E’ quindi l’oligopolio immobiliare che regna senza contrasto a incassare la maggior parte dei benefici delle grandi operazioni; operazioni che immettono sul mercato a prezzi esorbitanti uffici e residenze di bassa qualità tipologica e tecnologica. Nessun investimento nella ricerca, nella verietà dei tipi edilizi, negli spazi privati e pubblici ecc., con buona pace degli studi sulla tipologia edilizia e la morfologia urbana, esperienza sperimentale nata proprio nel Politecnico di Milano negli anni ‘70. Buona parte degli alloggi non vengono neanche immessi sul mercato perché rappresentano investimenti finanziari puri e semplici, spesso di provenienza dubbia. Ora che investire in borsa è rischioso prende sempre più consistenza l’investimento immobiliare anche per i piccoli risparmiatori del resto d’Italia. Investire a Milano è più sicuro.
12. In conclusione: il guadagno di pochi si realizza a scapito di tutta la cittadinanza che deve sobbarcarsi non solo l’aumentato costo della residenzialità (prezzi degli alloggi e degli uffici alle stelle) ma dovrà ripartirsi nelle prossime generazioni anche i danni sociali e ambientali prodotti da uno sviluppo senza controllo. Oltre a ricevere in cambio una città decisamente “brutta”.
13. E’ vero che Milano drena risorse finanziarie dal resto d’Italia, ma queste non vengono investite in attività innovative, come era in passato per l’industria e il terziario. Si sa: una società che investe sulla rendita immobiliare anziché sulle attività produttive è una società parassitaria e in declino, il cui motore economico è destinato a perdere potenza, come è dimostrato dal recente declassamento della competitività tra le metropoli europee ed in particolare del settore che la città ritiene più avanzato, quello dell’alta moda.

Scarica l’articolo http://www.antonioangelillo.it/materiali/GdA/milano.rar

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Albert Einstein

Ho sempre amato la solitudine, caratteristica che tende ad accentuarsi con l’età. Albert Einstein

Albert Einstein

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Ikea vs. paesaggio

Oggi è sabato. Stamattina sono stato all’Ikea di Carugate. Il rito si ripete quasi ogni sabato per le famiglie milanesi che, organizzate ed ordinate, apprezzano il buon design e le polpette di carne di renna che il ristorante svedese offre. Una sorta di Expo 2015 di Herzog  & Boeri ante-litteram.
Stimo l’Ikea. Vent’anni fa è sbarcata a Milano e ha trasformato finalmente il gusto estetico dello spazio domestico italiano. Basta con il rustico kitsch e demodé!  Io stesso “abito” Ikea. Tutto quello che avrebbe dovuto fare l’imprenditoria italiana dagli anni ’90 in poi l’hanno fatta gli altri. Ikea oggigiorno rappresenta anche l’immagine di un modo sociale ed ecologico di fare impresa…
Io non sono di Milano, sono nato a Gorizia e torno ogni estate per  passare due settimane di ferie con la mia famiglia nella valle dell’Isonzo, sulle colline del Collio, a bere una birra slovena con gli amici nella valle del Vipacco. Uno dei paesaggi più belli d’Europa. Mi ricordo che alle scuole medie una delle tavole richieste nelle ore di disegno era la riproduzione della sequenza dei campi della pianura friulana frammezzati da linee di gelsi, i vigneti sulle colline e le Alpi sul fondo. Il tutto da realizzarsi attraverso lo sfumato leonardiano…
In autostrada, entrati in Friuli ci si sente immediatamente immersi nella poetica pasoliniana: i campi, le stradine sterrate, le piantumazioni regolare di pioppi, i casolari ormai abbandonati, la ferrovia e la stazione di “Casarsa”, sempre presente nella memoria anche grazie ai miei viaggi in treno per frequentare lo IUAV di Venezia. Una sequenza di terre strappate, grazie a secoli di lavoro umano, dall’insidia delle paludi e dell’acqua salata. E poi alcuni capannoni realizzati negli anni ’80 da Gino Valle ben attenti all’attacco a terra..
Gli argini del Tagliamento e poi del Livenza segnano il confine tra Veneto e Friuli. Gli stessi argini dove muore di infarto il colonnello Cantwell, il protagonista di “Al di là dal fiume e tra gli alberi” scritto due anni prima de “Il vecchio e il mare” che valse ad Hemingway il Nobel per la letteratura nel 1952. Gli argini nella Pianura Padana definiscono ambiti, stabiliscono confini, contribuiscono soprattutto al controllo e alla regimentazione delle acque; in sostanza rappresentano la principale matrice geomorfolocica del paesaggio friulano.
Ogniqualvolta ripartivo dall’isontino, l’ingresso nel casello autostradale di Villesse era segnato da una nota di nostalgia accentuata dallo spettacolo della sintesi, dell’apice dell’idea del paesaggio Friulano rappresentato dalla sequenza dei campi di granturco organizzati attorno all’argine del Torre. Sul fondo le colline del Collio, le Prealpi e le Alpi Giulie. D’inverno, soprattutto dopo un acquazzone, o meglio in coincidenza della Bora, da quel punto si gode una vera è propria scenografia: le montagne si affermano protagoniste quasi in primi piano, i loro dettagli grigio-ombrati, il candore della neve, l’azzurro del cielo, la consapevolezza che l’Adriatico è alle tue spalle, a Grado. Quell’immagine per me consolatoria,  mi permetteva di ingranare la quarta, attraversare l’orizzonte della Pianura Padana in apnea e raggiungere le nebbie di Milano, e rimanerci per i primi giorni adirittura  con un certo buon umore.  In quei fertili campi di Villesse compresi nella confluenza tra il Torre e l’Isonzo  avevo fotografato Bruno Barla seduto sulle balle di fieno, come su un trono di paglia, foto scattata durante un seminario ACMA sul confine di Gorizia e Nova Gorica.
Quest’estate, arrivando a Villesse in auto, l’amara sorpresa delle ruspe e il giornale radio regionale che snocciola i dati della disoccupazione locale e la chiusura di aziende come se fosse un bollettino di guerra. “Per fortuna l’Ikea di Villesse che aprirà in ottobre, ha già assunto alcune centinaia di dipendenti…”.  Mi domando tra me e me come questo sia possibile, quali norme hanno permesso di distruggere quel luogo suggestivo per farne uno nuovo, uguale a Carugate, quale valore ha l’agricoltura oggi  e se alcune centinaia di posti di lavoro possono ad una Regione ricca come il Friuli-Venezia Giulia permettere di rinunciare ad un pezzo della sua storia, la sua memoria collettiva, la sua identità. Forse il centro Ikea a cui friulani e sloveni non possono rinunciare (pena l’esclusione dalla modernità)  poteva essere costruito nello svincolo successivo,  qualche chilometro più avanti, vicino all’aeroporto di Ronchi dei Legionari, o a Cervignano, dove già esistono altre infrastrutture? All’Ikea cambiava qualcosa? A me francamente si.

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