Landscape & Media: Forum IFLA 2016

ifla

Intervista rilasciata a Monica Botta e Federica Cornalba per la realizzazione del Forum Landscape & Media del Congresso Internazionale IFLA 2016 del 20-21-22 aprile a Torino. Il Forum moderato da Robert Schafer si tiene giovedì 21 aprile dalle 9.00 alle 10.30 presso la sala 4.
Quale interesse suscita il tema del verde e del Paesaggio nei lettori/ascoltatori e perché?
Paesaggio.it nasce come strumento di aggiornamento, di dibattito e di critica progettuale per i professionisti e gli studiosi del settore, quindi per un target molto definito. Tuttavia ha avvicinato molti giovani studenti e non solo, alla percezione del paesaggio come strumento di conoscenza e progettazione del territorio. In linea di massima, quindi, il sito web viene frequentato da soggetti che hanno già una certa consapevolezza delle strutture educative e professionali esistenti a livello nazionale e internazionale. Se analizziamo le ricerche avvenute su google, negli ultimi dieci anni possiamo verificare che “paesaggio” risulta essere l’unica voce crescente delle quattro (architettura, urbanistica, restauro) che compongono la matrice di formazione degli architetti. Il suo peso percentuale risulta pressoché raddoppiato a fronte di una progressiva riduzione delle forme di attività che ricadono nell’ambito disciplinare. In Italia questo crescente interesse, probabilmente legato in modo indiretto all’implementazione della Convenzione Europea, non ha dato ancora luogo ad esiti significativi sotto l’aspetto formativo e professionale.
Attualmente quali sono i temi che interessano maggiormente il lettore/ascoltatore?
I temi progettuali che trattiamo all’interno della testata riguardano le principali problematiche riscontrabili sul territorio, spesso risultati di conflitti a cui fornire soluzioni architettoniche. Solo per semplicità e a titolo esemplificativo potremmo raggruppare in cinque grandi famiglie: ciclo dell’acqua e biodiversità, materia ed energia, uso del suolo a fini agricoli, fruizione e tempo libero, flussi politici ed economici globali. Come si capisce, ad una visione strettamente tipologica (parchi, giardini, orti, ecc.) proponiamo una visione processuale, quindi in grado di permettere una interazione con le istituzioni che si occupano a vario titolo di controllo e gestione del territorio. Architettura del Paesaggio è per l’Italia una professione sempre più necessaria il cui principale referente è proprio lo Stato nelle sue diverse manifestazioni.
Quali sono gli aspetti sui quali far leva per rendere il tema ancora più accattivante?
Riteniamo che “paesaggio” non sia un semplice oggetto di fruizione estetica, ma una chiave interpretativa della realtà in grado di permettere al progetto di interagire con i processi che trasformano il territorio. La sua transizione dall’ambito estetico-culturale a quello politico-progettuale ha reso possibile l’impiego di un ventaglio di diverse discipline, alcune di esse scientifiche, sia nella fase di analisi e conoscenza sia in quella di progettazione. E’ proprio la sua ambigua natura che permette di proporre l’Architettura del Paesaggio come una disciplina con approccio sistemico che ben si adatta a rispondere a quei processi che solo apparentemente sembrano derivare da fenomeni incomprensibili e/o inconciliabili prodotti dalla globalizzazione. Alla sua capacità evocativa viene affidata invece la possibilità del discorso politico, la comunicazione di contenuti progettuali spendibili sul piano sociale e culturale. Questo penso sia un argomento di grande richiamo perché salda le esigenze delle popolazioni con i progetti di sviluppo presenti sul territorio.
Quali sono i modi per rendere un blog/sito veramente interattivo con gli utenti?
Il nostro sito nasce come una piattaforma editoriale web attraverso la quale comunicare le attività di ACMA e del Master in Architettura del Paesaggio da noi realizzato assieme alla UPC di Barcellona. Si tratta in sostanza del tentativo di creare un sito di dialogo tra il mondo dell’alta formazione e della ricerca scientifica e progettuale con una base ampia costituita da studenti, professionisti e amministratori. Lo ritengo tuttora un progetto valido che nelle prossime settimane arricchiremo con la pubblicazione dei nostri libri digitali, attività che si affiancherà alla web tv e ai contest fotografici già aperti nei mesi passati. La piattaforma produce contenuti che interagiscono con il vasto pubblico attraverso i social a cui è collegata e la newsletter inviata periodicamente a circa 20.000 contatti costruiti in più di 20 anni di attività de Centro.
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Quell’idea di Milano sostenibile. Intervista di Elisa Conselvan “Magzine”

MAGZINE 26 | marzo 2016
Quell’idea di una Milano sostenibile
Intervista di Elisa Conselvan
Antonio Angelillo, racconta la sua idea di architettura del paesaggio. Un rapporto organico tra edilizia sostenibile, ambiente e sviluppo delle“città diffuse” che a Milano potrebbe dare nuovo valore all’area di Expo.
Com’è nata Acma e quali sono le sue finalità?
Acma si occupa di paesaggio inteso come architettura del territorio in risposta al fenomeno della globalizzazione ed è nata a Milano nel 1994 su iniziativa mia e di alcuni miei colleghi come impresa individuale, ma con finalità istituzionali di tipo sociale. Analoghi centri di architettura esistevano già in Francia e in Germania, mentre la nostra è stata la prima struttura privata nel settore della cultura architettonica in Italia, dove c’è un forte monopolio statale. Le grandi istituzioni culturali di architettura del nostro Paese sono, infatti, università, musei pubblici e ordini professionali. Grazie alla Convenzione per la salvaguardia del patrimonio architettonico d’Europa e alla Convenzione europea del paesaggio del 2000, negli ultimi anni sono stati avviati piani paesaggistici regionali e il paesaggio è diventato finalmente un valore istituzionalmente riconosciuto. L’architettura del paesaggio, insegnata all’estero già da lungo tempo, da noi è diventata disciplina universitaria grazie al Testo Unico dell’Urbanistica e al Codice dei Beni Culturali e del Paesaggio, che ha cercato di recuperare il tempo perduto. Il mondo della ricerca di questa disciplina in Italia, però, poggia su un sistema universitario obsoleto, strutturalmente fragile.
Qual è il rapporto tra paesaggio, architettura e sostenibilità?
“Paesaggio” è un concetto polisemico, il cui significato cambia a seconda della cultura di riferimento. Da Vitruvio in poi l’architettura è una proiezione dell’uomo e, basandosi sulla geometria di tradizione leonardiana e non solo, indica il processo di costruzione edilizia per la difesa dell’uomo contro la natura. L’architettura del paesaggio, si occupa di tutto ciò che è biologicamente vivo, in cui per “paesaggio” si intende l’interazione dei processi costruttivi che interagiscono fra loro ed è dunque la chiave per capire i processi di evoluzione territoriale. La sostenibilità, però, non esiste di per sé: è un concetto astratto verso cui tendere ed è un bene che oggi molte leggi promuovano il contenimento energetico, la riduzione del consumo di suolo e l’impiego di pannelli solari.
Qual è la Sua visione di città?
La dicotomia centro-periferia è un concetto superato. Oggi si parla, infatti, di “città diffusa” o di “area postmetropolitana” che copre, ad esempio, il territorio da Milano a Lugano, fino a Verona e a Novara, grazie alla rete delle telecomunicazioni e dei trasporti. È in corso, infatti, una trasformazione delle centralità, in quanto la realtà territoriale non coincide più con i confini politici. Una marginalità diffusa e di impronta sociale ha preso il posto del concetto di periferia, e la si trova anche in aree interne alla città. Se città è sinonimo di prossimità, disperdersi è da ricchi, con un conseguente consumo di energia che si paga poi a livello ambientale, come ad esempio con l’accumulo del PM10. La megalopoli padana non è un modello sostenibile, perché con i suoi 23 milioni di abitanti sono peggiorate la qualità del suolo, dell’aria e dell’acqua.
Milano è all’altezza del suo ruolo di metropoli internazionale?
L’area metropolitana di Milano è la terza capitale europea dopo Londra e a Parigi. Nella città storica non mancano le buone iniziative, come la riapertura della Darsena, che è stata accolta con entusiasmo da cittadini e turisti e che ha contribuito a riportare in auge la proposta di riaprire i canali d’acqua della città. Il PGT [Piano di Governo del Territorio, ndr] ha concesso una maggiore libertà ai privati, ma il vero problema è a monte: al timone c’è una politica che non ha il coraggio di prendere decisioni politiche. Se i soldi dei cittadini non vengono reinvestiti sul territorio, questo diventa vittima di processi economici volti esclusivamente al mantenimento dell’apparato statale. Un altro problema italiano è che il PIL è costituito per il 30-40% dall’edilizia, a causa della presenza di potenti lobby del cemento armato che influenzano l’attività dei governi. Basti pensare al problema del dissesto idrogeologico, di cui si è presa coscienza da poco e a cui l’attuale governo risponde con il programma “Italia sicura”, che prevede però l’installazione di sistemi in cemento armato e non ispirati alla green economy, nonostante questa garantisca costi inferiori. In Italia manca una conoscenza progettuale e tecnologica dell’economia sostenibile. Manca un processo di riconversione dell’industria della costruzione che si dovrebbe orientare alla sicurezza del territorio e non più basarsi sulla costruzione edilizia a fini di investimenti immobiliari. Lo scarso senso civico tipico dei nostri concittadini, insieme all’inadeguatezza dello Stato nel rispondere alle esigenze del territorio e a una società sempre più globalizzata, in cui gente, idee, merci e capitali si spostano in continuazione, determinano uno scollamento tra territorio e Stato.
Qual è l’eredità di Expo 2015 dal punto di vista ambientale e architettonico?
Insieme a colleghi architetti e docenti universitari abbiamo realizzato un importante studio, intitolato Expo dopo Expo. Progettare Milano oltre il  2015. Il lavoro è il frutto di più di un anno di ricerche finanziate in maniera del tutto autonoma, ma sono rimasto amareggiato nel vedere che nessuna casa editrice ha voluto pubblicarlo e che il testo non ha influenzato il dibattito politico. Expo 2015 è sorta da un’esigenza del mercato immobiliare milanese e Sala ha fatto il miglior lavoro possibile con le condizioni che c’erano. È indubbio però che il grande guadagno sia andato in mano ai privati e che non abbia lasciato una vera legacy al territorio. Esistono due bilanci diversi di Expo 2015: quello legato all’evento, che ha quasi raggiunto il break-even, e quello legato all’operazione Expo nel suo insieme. Su richiesta dei cittadini, almeno metà dello spazio verrà adibito a parco pubblico, ma il rischio di affidare l’area ad un’unica attività di ricerca è quella di chiuderla in parte al pubblico e di non sfruttare a pieno il suo enorme potenziale, come lo straordinario snodo di treni e autostrade costruito attorno. Il problema di Expo è che è un’isola, slegata dal territorio e al momento abbandonata, come le altre aree dismesse di Milano. Pochissimi, però, studiano la questione sulla base di studi già esistenti, come il nostro. Expo 2015 acquisirebbe valore per il territorio solo se rientrasse in una visione metropolitana e, in questo, il ruolo dello Stato è fondamentale, perché è l’unico che sia in grado di creare luoghi di aggregazione pubblici e quindi di investire l’evento di un significato simbolico, com’è accaduto con la Tour Eiffel per l’esposizione di Parigi del 1889.
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Memorie da Porto Vesme – Territori # 6

Miniera di Monteponi a Iglesias. Gregge di pecore pascola tra i fanghi rossi di Monteponi

La verità di Porto Vesme è quella di tante altre realtà italiane che in diverso modo sono l’esito di una contraddizione implicita nella fase di declino dell’industria di base nel nostro paese. Porto Vesme è una piccola Taranto, dove il mantenimento del posto di lavoro entra in rotta di collisione con la sicurezza ambientale, la salute dei cittadini e dei lavoratori stessi. Il polo metallurgico nato per l’elaborazione a valle della produzione metallifera del sulcis-iglesiente si è legato ad una dimensione internazionale (le aziende della lavorazione dell’alluminio non sono italiane così come non lo sono le materie prime) che ne potrebbe decretare la chiusura, lasciando alle spalle disoccupazione e siti contaminati da bonificare. Perché avviene tutto questo? Quali scelte strade percorrere e con quali obiettivi? E’ indubbio che il discorso è epocale e riguarda la difficoltà di accelerare il subentro di nuovi processi industriali (a ciclo chiuso, a risparmio energetico ecc.) rispetto alla precedente struttura industriale che ci ha reso uno dei maggiori paesi industrializzati ma che oggigiorno risulta non più competitiva, obsoleta, pericolosa, un problema ingombrante. La Germania, la prima a raggiungere l’obiettivo del rinnovabile al 100% prima del 2050, ha quasi completato la sostituzione degli impianti ed è rimasta leader indiscussa del manifatturiero in Europa. L’Italia non è stata in grado di farlo e gli impianti risultano ora desueti e in molti casi pericolosi al punto che la sicurezza sui luoghi di lavoro risulta ora una priorità sociale. Altri paesi europei hanno da tempo abbandonato la partita. I tantissimi territori che ospitano piattaforme industriali presenti in ogni parte d’Italia si trovano ora di fronte al conflitto tra chiudere o fare sopravvivere le lavorazioni ormai altamente inquinanti. Due sono le notizie che hanno accompagnato all’inizio di dicembre la presenza del Seminario sui Siti Minerari alla Miniera di Montemponi ad Iglesias. Il primo riguarda l’incontro sul clima a Parigi nel quale quasi tutti paesi industrializzati si sono presi l’impegno di abolire il consumo di carbone per la produzione di energia.  Il secondo la pubblicazione del rapporto sulle morti premature per tumore dovuto ad agenti inquinanti che vede l’Italia al primo posto in Europa. Stiamo pagando, cioè, a caro prezzo il ritardo con cui non decidiamo su come transitare da una economia ad un’altra: da una industria e uno stile di vita che consumano le risorse dei territori (ambiente e società) a una nuova economia che si basi su di esse per uno sviluppo che prenda come obiettivo il benessere futuro (e non solo economico) delle persone che lo abitano. Sembra banale ma non lo è. Prendiamo in considerazione le industrie di base, quelle che mettono a disposizione la materia prima per la produzione manifatturiera. Tutti i processi fisico-chimici conosciuti producono scarti che nella maggior parte dei casi vengono recuperati per altri tipi di produzioni, seguono cioè altre filiere. Rimane però una percentuale (che a dire il vero le nuove tecnologie rendono sempre più ridotta) di scorie il cui rilascio nell’ambiente fino a poco tempo fa si dava sostanzialmente per scontato, era il prezzo da pagare al miraggio dello sviluppo industriale. O forse non si aveva sostanzialmente coscienza del danno potenziale.  Il rilascio, per esempio della lavorazione metallurgica nel caso di Porto Vesme, avviene innanzi tutto in forma di fanghi rossi (una volta direttamente in falda, ma oggigiorno in siti controllati), poi attraverso fumi contenenti metalli pesanti che si depositano su tutte le superfici nell’arco di alcuni chilometri e infine attraverso polveri sottili che si disperdono in atmosfera producendo fenomeni climaticamente più complessi. Un sito industriale di tale natura risulta una fonte di inquinamento inesauribile che contamina per sempre il suolo e le falde di un contesto progressivamente più ampio. In tale raggio tutti gli organismi viventi entrano in contatto con le nuove molecole residue delle lavorazioni (piombo, zinco, mercurio, cianuro ecc.) producendo alterazioni più o meno vistose sotto il profilo cellulare. I metalli pesanti, permangono, si depositano e si infiltrano in falda e con l’acqua entrano nella catena alimentare. Rimarranno lì per sempre perché non esiste un modo per bonificare un suolo agricolo contaminato. Questo fenomeno induce infatti a comprimere al massimo la dispersione, contenere le fonti di inquinamento all’interno di perimetri precisi. La messa in sicurezza è il primo passaggio di qualsiasi bonifica ambientale. Il problema della salute sembra limitarsi ai lavoratori che entrano in contatto diretto con sostanze tossiche, ma non lo è. Vivere accanto a poli industriali – e questi sono stati posti proprio a fianco alle grandi città – rappresenta un rischio da valutare attentamente. Banalmente portare una tuta da lavoro a casa può danneggiare la salute dei familiari. Ma non solo. Consumare i prodotti di un orto casalingo o esalare direttamente i fumi può costituire un problema. Figurarsi cosa significa in termini salute per le centinaia di migliaia di persone che vivono nei quartieri operai costruiti proprio a fianco degli enormi cattedrali industriali come Marghera, Taranto, Porto Torres, Siracusa, Ravenna, Brindisi ecc. Di fronte alle industrie di Porto Vesme è cresciuta la città di Porto Scuso con oltre 7000 abitanti. Al là dei dati esiste una certezza. Le tabelle indicano i valori accettabili entro i quali il contatto con molecole potenzialmente dannose all’organismo, valori che sappiamo possono essere anche superati con dei livelli di tolleranza. Dimentichiamo però che la continuità di un contatto con potenziale agente cancerogeno incrementa la possibilità di contrarre forme tumorali. Infatti basta un solo evento, un solo contatto con una cellula predisposta che il percorso della malattia inizi la sua decorrenza. Quali sono quindi i costi sociali da aggiungere a quelli di disinquinamento e smantellamento delle industrie pesanti? E’ vero che i privati offrono posti di lavoro (Porto Vesme occupa 3500 operai) ma il costi ambientali ricadono sul pubblico e in questo caso sulle stesse collettività locali. Sulle potenzialità future di impiegare i territori in modo diverso. Il piatto della bilancia inizia a pendere verso la scelta della dismissione di impianti del genere almeno fino a che le proprietà  saranno disposte ad accollarsi per lo meno i costi di bonifiche e di recupero ambientale. E il dopo? Quale tipo di futuro offrire al territorio, alle migliaia di famiglie il cui reddito è dipeso per almeno un paio di generazioni da tali lavorazioni? Esiste l’idea della trasformazione di Porto Vesme in una piattaforma predisposta per la terza rivoluzione industriale, quella ecologica, possibilmente senza incorrere nello schema di credere in una unica forma settoriale di sviluppo. Quindi parco geominerario e porto turistico in funzione delle escursioni alle isole di Carlo Forte e Sant’Antioco? Distretto vitivinicolo dell’ascendente complesso di aziende agricole del Carignano? E l’agricoltura e pastorizia locale? Difficile pensare al futuro di tale territorio soprattutto dopo che il progetto legato all’industria estrattiva e al carbone lascia dietro di se migliaia di ettari di terreni contaminati e di scorie le cui polveri continuano a diffondersi in un territorio con il più alto tasso di disoccupazione e il più basso reddito d’Italia.
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Elementi di Architettura del Paesaggio – Un corso all’Università di Cagliari

Martedì 4 Novembre 2014 ore 9.00
Aula Laboratori Didattici – Palazzo Cugia, via Santa Croce 67, terzo piano
Presentazione corso:
Elementi di Architettura del Paesaggio. Antonio Angelillo. Università degli studi di Cagliari DICAAR (Dipartimento di Ingegneria Civile, Ambientale e Architettura)
Quale significato attribuiamo al paesaggio oggi? Perché il suo crescente impiego nelle normative, soprattutto a partire dalla Convenzione Europea, viene associato ai valori di tutela anziché a quelli della trasformazione del
territorio? Quali sono le origini del suo uso nella progettazione degli spazi aperti o nella pianificazione?
L’architettura del paesaggio è una disciplina di lontana origine ma sottoposta oggi a una rapida riformulazione poiché sembra permettere agli architetti di riconoscere e interpretare quei fenomeni della realtà che sfuggono alle tradizionali tecniche di lettura e di interpretazione attualmente a disposizione delle materie progettuali. Per agire consapevolmente, nel futuro, appare sempre più necessario, oggi, indagare i “nuovi territori dell’architettura” e dotarsi degli adeguati strumenti concettuali attraverso una breve e affascinante introduzione al mondo del paesaggio contemporaneo.
Il corso, della durata di 50 ore, sarà organizzato in lezioni e seminari tematici. Ai partecipanti sarà rilasciato un attestato di partecipazione e il riconoscimento di 4 Crediti Formativi. Il corso è aperto a 15 studenti scelti prioritariamente  tra i frequentanti del terzo anno del corso in Scienze dell’Architettura e del primo anno del corso magistrale in Architettura. Per informazioni: dir@acmaweb.com
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L’Italia vista dall’Italia. Esperienze di paesaggio a Barcellona

Esperienze di Paesaggio. Giovedì 28 novembre 2013, ore 19.00. Aula C B12, EtsaB Universitat Politecnica de Catalunya, Barcellona.

Presentazione del Master in Architettura del Paesaggio a cura di Antonio Angelillo e Susanna Curioni.
Conferenza progetti di architettura del paesaggio CZ studio. Paolo Ceccon e Laura Zampieri.

All’origine dell’evento la constatazione che l’Architettura del Paesaggio nell’area mediterranea dell’Europa passa attraverso una storia di esperienze comuni. Un gioco di specchi tra una sponda e l’altra del Mediterraneo ha di fatto costruito a partire dagli anni ‘70 una visione dell’architettura e del paesaggio in cui entrambe le culture progettuali, quella italiana e quella della penisola iberica, si vedono riflesse. Mentre la disciplina dell’Architettura del Paesaggio ha seguito da oltre un secolo un percorso istituzionalmente riconosciuto nelle aree anglosassone e scandinava, di fatto a meridione, a parte alcune rare eccezioni tra cui Porcinai e Pizzetti, sono stati gli architetti ad estendere il loro “territorio” dall’edificio alla città e poi al paesaggio; categoria questa presa a prestito dalla geografia per conoscere e spiegare i fenomeni non riconducibili all’urbanizzazione. Esiste una serie di esperienze che puntualmente segnano le attività professionali dei più rilevanti studi italiani  a cavallo delle seconda guerra mondiale (BBPR, Bottoni, D’Olivo, Samonà, Ponti, Libera, Ricci, Valle): una attenzione da parte del movimento moderno verso il paesaggio come “forma del territorio” ben sintetizzata nel “Territorio dell’architettura” da Vittorio Gregotti del 1966. Il dialogo intrapreso dalle generazioni successive ai CIAM sull’asse Barcellona-Milano ha senz’altro influenzato gli indirizzi degli studi e delle sperimentazioni progettuali, anche se autonomamente condotte. Si può citare l’anno 1983 come un momento significativo in cui il discorso comune, anche se in condizioni politiche istituzionali completamente diverse, emerge attraverso strumenti collettivi nati da una esigenza di studio e comprensione dei fenomeni che attraversano il territorio. Quell’anno infatti coincide con l’avvio della prima edizione del Master in Architettura del Paesaggio della UPC di Barcellona nella cui fondazione ricopriva un ruolo rilevante Rosa Barba che, è giusto ricordarlo, guardava con interesse l’evoluzione teorica della cultura progettuale italiana sul territorio (*). Ma coincide anche con la pubblicazione del primo numero di “Casabella” della serie diretta da Vittorio Gregotti, esperienza che si estinguerà nel 1996. Il primo all’interno del Dipartimento di Urbanistica del Politecnico di Barcellona, la  seconda all’esterno e distante dal mondo accademico italiano, veicolato invece attraverso il libero mercato dell’editoria internazionale. Gli editoriali e i numeri monografici di “Casabella” (Il disegno del paesaggio italiano, il disegno degli spazi aperti) influenzeranno la cultura architettonica italiana sul paesaggio esattamente come il Master ha formato intere generazioni di professionisti. Il mancato avvicendamento generazionale negli anni ’90 ha costretto l’architettura italiana, bloccata nell’immagine creata di sé, a guardare con attenzione ciò che avveniva nella libera evoluzione iberica, esattamente il contrario di quanto accaduto nel primo dopoguerra. Potremmo quindi avanzare, con le dovute riserve, l’ipotesi che proprio grazie a questo dialogo a distanza si stia formando una certa consapevolezza della presenza di una identità comune dell’area meridionale d’Europa; una identità senz’altro fragile e parziale, ma evidentemente rintracciabile negli approcci metodologi e nei temi progettuali trattati in forma sperimentale che sicuramente differenziano la Catalogna e il nord Italia dalle scuole storicamente consolidate nel nord Europa.

L’insieme delle opere di CZ Studio, con sede a Marghera, risulta senza dubbio tra le più rappresentative esperienze progettuali realizzate in Italia, ove purtroppo la resistenza del mondo accademico non ha permesso una naturale evoluzione della sperimentazione pratica e della ricerca teorica dei temi trattati dagli architetti nel campo del paesaggio. E’ significativo che Paolo Ceccon e Laura Zampieri, più volte segnalati come finalisti nella Biennale del Paesaggio di Barcellona, ambiente con cui hanno instaurato solidi rapporti, provengano proprio dalla Facoltà di Architettura di Venezia dove le indagini progettuali sul territorio realizzate nei corsi di Vittorio Gregotti, Bernardo Secchi e molti altri, influenzarono l’ambiente didattico tra gli anni ‘80 e ‘90.

Sorta nel 1994 quasi a sostituzione e come normale prosecuzione dell’attività di ricerca operata della redazione di  “Casabella” della direzione Gregotti, ACMA Centro Italiano di Architettura di Antonio Angelillo, ex redattore della rivista e anch’egli formatosi a Venezia, promuove attività di sensibilizzazione e promozione verso la qualità dell’architettura e del paesaggio sondando temi di progettazione innovativi collegabili alla emergente sensibilità ambientale. Nella ricerca di nuovi percorsi non designati dal mondo professionale ed accademico italiano, vengono intercettate le esperienze internazionali elaborate all’interno del Master in Architettura del Paesaggio della UPC di Barcellona con cui viene avviato a partire dal 2008, a Milano, l’edizione italiana.

(*) Rosa Barba. Paisaje. Entre el analisis del entorno y el diseno del expacio esterior. “Quaderns d’Arquitectura” n. 153 septiembre 1982.

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Nuovi paesaggi d’impresa – Territori # 5

Ha prodotto un certo scalpore la vendita di Ducati all’Audi. Dopo Lamborghini e Bugatti un altro pezzo della produzione italiana d’eccellenza prende il volo. Ma il settore automobilistico non è un caso isolato. Chi non decentra o chiude, vende: questa sembra essere la regola scelta dell’industria italiana per superare la crisi. Sarà un fatto generazionale ma sembra che manchi al sistema imprese un certo dinamismo capace di fronteggiare le sfide della globalizzazione. Soprattutto questo rappresenta il segnale più evidente della perdita di posizioni del nostro paese sul piano dell’economia internazionale (il PIL non cresce da vent’anni). I settori maggiormente presi di mira dagli acquirenti stranieri sembrano essere quelli che più rappresentano il Made in Italy. I marchi di Bulgari, Pucci, Acqua di Parma, Fendi, Gucci, Pomellato, Bottega Veneta, Brioni, Sergio Rossi e tanti altri si aggiungono a quanti negli anni sono passati in proprietà a società estere, come Ferrè, Fiorucci… Ma è nel settore agroalimentare che il fenomeno avviene in modo più preoccupante. Sono già di proprietà di società estere: Algida, Bertolli, Carapelli, Sasso, Santa Rosa, Riso Flora, Galbani, Peroni, Invernizzi, Buitoni, Parmalat, Barilla, Sanpellegrino, Gancia…
E’ vero che alcune aziende italiane si espandono all’estero acquisendo marchi, tecnologie e know how come è successo per la FIAT o più recentemente per la Luxottica che ha acquisito la Ray-Ban. Tale fenomeno è parte integrante della globalizzazione. Nella maggior parte dei casi le proprietà estere però non si limitano a controllare e gestire efficacemente le aziende ma spostano la sede produttiva e la provenienza delle materie prime, come il caso della Perugina acquisita dalla Nestlé che a Perugia ha lasciato solo un museo, non certo il cuore della produzione e i brevetti elaborati dalla locale università che a sua volta ha chiuso il centro di ricerca dedicato proprio all’innovazione del prodotto dolciario. La produzione si è staccata dalla formazione di tecnici e dalla filiera agroalimentare locale esattamente come avvenuto in tantissime altre realtà (bisogna precisare, non cedute necessariamente a proprietà straniere). Ciò che rimane del prodotto distribuito a livello globale è unicamente il brand aziendale, che fa riferimento al Made in Italy, vero oggetto della vendita.
Le imprese italiane sono parte integranti della vita economica e sociale locale. La loro presenza rappresenta una risorsa direttamente o indirettamente per tutti i soggetti che vivono in quel determinato territorio. Le imprese di oggi a tutti i livelli portano con sè la storia delle relazioni umane che le hanno generate, conoscenze e saperi spesso custoditi in ambiti familiari, fortemente correlati alle cultura produttive locali e alla conformazione geografica. Si tratta di investimenti fatti da generazioni di italiani. Le aziende se collegate al territorio lo arricchiscono non solo per l’offerta di posti di lavoro (diretti o collegati alla sua filiera) ma per gli investimenti propri e delle collettività locali in termini di formazione e di infrastrutture. La loro vendita rappresenta una perdita di controllo della società locale sulle proprie risorse che si traduce sicuramente in sottrazione di profitti, cioè ricchezza, spesso nella riduzione di posti di lavoro ed in prospettiva nel declino economico e sociale.

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Margherita Hack. Osservazioni non indifferenti

Vent’anni fa ebbi modo di conoscere Margherita Hack in occasione di una intervista nel suo studio di Trieste. Il modo migliore per ricordarla e ringraziarla è pubblicarne ora uno stralcio di grande attualità sul tema dell’inquinamento luminoso delle nostre città.

D: Quindi la notte, in città, serve solo a “portar consiglio”.
R: Le città odierne non permettono l’osservazione notturna non solo ai professionisti, ma nemmeno ai molti astrofili. Queste persone spinte da una passione a livello amatoriale, si divertono a guardare il cielo con piccoli telescopi, ma difficilmente  riescono a trovare, anche in aperta campagna, luoghi abbastanza bui. Il desiderio di recuperare questa cultura popolare, di conoscere il cielo e le costellazioni, può essere soddisfatto, ad esempio, installando un’illuminazione urbana diretta verso il basso. […]
D: Il problema dell’inquinamento luminoso nelle città non è quindi di marginale importanza.
R: Se guardiamo le fotografie dell’Europa scattate dal satellite scopriamo un’immagine piena di macchie luminose, prodotte dall’illuminazione artificiale. Non sembrano riprese fotografiche della Terra, ma di una costellazione. Le zone più illuminate dell’Italia risultano le città di Milano, Roma e Napoli. Solo gli appennini sono ancora scuri insieme alla Sardegna. L’Inghilterra e la Francia soffrono anch’esse di un eccessivo illuminamento simile al nostro. Ormai la gente si è abituata a non sentire più il cielo come un soffitto naturale, ma vive come dentro una bolla illuminata. Le conseguenze culturali di una simile perdita d’orizzonte è riscontrabile, ad esempio, nei bambini. Vivono in città, ma non sanno più cos’è il cielo. Una volta conoscevano i principali pianeti e le diverse costellazioni, la Via Lattea e si individuava la loro posizione nelle diverse stagioni. I pastori e i contadini si tramandavano oralmente questa cultura che li aiutava a orientarsi nei loro spostamenti e a fare modeste previsioni meteorologiche, come “… le nuvole vengono dalla parte d’Oriente e allora domani pioverà!”  Era una cultura popolare basata sull’osservazione nei secoli che, ora, si è persa completamente perché il cielo non si scorge più. […]

Tratto da “Margherita Hack. Osservazioni non indifferenti” in Città di confine. Conversazioni sul futuro di Gorizia e Nova Gorica. A cura di Alfonso Angelillo, Antonio Angelillo, Chiara Menato, Nuova Dimensione Ediciclo , Portogruaro 1994. ISBN 88-85327-43-5

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Una idea (delle 99) per il Sulcis: l’infrastruttura mentale – Territorio # 04

Tutti conoscono le recenti vicende di Portovesme, la zona industriale di Portoscuso, realizzata tra la fine degli anni 60 e 70 per offrire una nuova forma di occupazione a migliaia di ex-minatori del Sulcis in seguito alla crisi del settore estrattivo avvenuto a partire dal dopoguerra. L’insediamento del polo metallifero ha creato un indotto non indifferente per la produzione dell’alluminio in Italia, messo a rischio oggi dalla chiusura delle grandi aziende di base localizzate nel recinto industriale. Le congiunture internazionali hanno infatti convinto le quattro più grandi aziende, proprietà di altrettante multinazionali, di chiudere la linea produttiva a Portovesme e dislocarla altrove. I finanziamenti stanziati del governo italiano per fare fronte al declino dovuto alla inevitabile deindustrializzazione del Sulcis ha di fatto prodotto molte attese, soprattutto nell’industria delle bonifiche ambientali dei siti minerari cui buona parte dell’investimento verrà riversato. Un piano strategico dovrebbe ottimizzare gli investimenti soprattutto in infrastrutture aventi come finalità un incremento occupazione, possibilmente nel settore turistico e, più in generale, terziario. Una piccola parte di investimenti verrà riservata a una serie di progetti ritenuti innovativi, tratti da quanti sottoposti ad un concorso pubblico “99 idee per il Sulcis” indetto dal Ministero per la Coesione Territoriale.
Fin qui nessuna novità: la politica adottata ricalca quanto già avvenuto precedentemente nello stesso territorio anche se in modalità completamente diverse e forse più efficaci (maggior controllo delle procedure, partecipazione di più soggetti, chiara individuazione dei finanziamenti e delle tempistiche, sistemi di monitoraggio). Ma lo svolgimento del tema segue la stessa traccia: una volta individuato il modello di sviluppo economico più adatto alla risorsa presente sul luogo, ieri il sottosuolo ora il paesaggio costiero, si procede pianificando le infrastrutture che rendono il tal bene fruibile, diremmo “consumabile”. Per esempio con questa logica si potrebbe investire su un nuovo ponte/tunnel che collega l’arcipelago di Sant’Antioco, San Pietro alla terraferma, oppure sul sistema degli approdi marittimi, per indurre le imprese a realizzare attrezzature capaci di rispondere ad una generica offerta turistica (alberghi e residence, lottizzazioni di seconde case). E’ vero che la presenza di infrastrutture può sempre ritornare utile per offrire opportunità insediative ad ulteriori attività, non necessariamente turistiche, ed è indubbio che l’industria delle costruzioni rappresenti un volano per l’economia contribuendo ad ammortizzare, almeno temporaneamente, il peso della disoccupazione. Ma non si tiene conto che infrastrutturare il territorio significa inevitabilmente trasformare il paesaggio e spesso ridurne la qualità (per esempio in termini di biodiversità o ancor peggio in impatto visivo, nocivo per l’industria turistica stessa). Inoltre la globalizzazione ci ha insegnato che non ci si può fidare delle previsioni. Quanto è durata e quanto è costata in termini ecologici oltre che economici la piattaforma industriale di Portoscuso? Cosa farne ora? La condizione dell’economia globale ha impresso una tale accelerazione alla dinamica della produzione di beni e alla qualità della domanda (per esempio ai tipi di turismi o ai sistemi di trasporto) che rende incompatibile qualsiasi programma di sviluppo economico basato prevalentemente sulle realizzazione di infrastrutture con tempi lunghi di realizzazione. Le infrastrutture da risorsa possono addirittura diventare limite allo sviluppo, sottraendo potenzialità di future e diverse utilizzazioni del territorio.
Promuovere le risorse, innanzitutto culturali e sociali, presenti sul territorio cogliendo le opportunità offerte dal mercato globale con i nuovi strumenti mediatici, rappresenta ormai una priorità in una fase economica segnata dalla scarsità di investimenti pubblici e dalla iperdinamicità dell’imprenditoria privata. È quindi determinante dotare il territorio innanzi tutto degli strumenti tecnici, culturali e concettuali, per rispondere alle sollecitazioni provenienti da una economia sempre più integrata e globale. Si richiede ora di inventare nuove opportunità di ricchezza, di sognare il proprio futuro individuale e collettivo. Comprendere ed operare in aree di crisi come il Sulcis richiede per chi governa cambiare il paradigma di lettura che deve vedere al centro il soggetto operante sul territorio. Quest’ultimo dovrà agire in forma autonoma o associata attraverso progetti che comprendano l’impiego sostenibile delle risorse e dei valori locali con una chiara visione delle opportunità offerte dall’economia globale; ed in questo sì deve essere coadiuvato dalle istituzioni e da un ambiente (industrial atmosphere) adatto alla nascita e crescita dell’imprenditoria. Investire sulla formazione delle idee e sulle capacità imprenditoriali significa oggi investire su una nuova infrastruttura, non più fisica ma mentale e diffusa nel territorio: sull’insieme delle persone che abitano un luogo.

Nell’immagine: la pianta del territorio realizzata dalla Università di Cagliari in occasione della candidatura italiana al Premio del Paesaggio del Consiglio d’Europa 2009-2010 vinto dal Comune di Carbonia (www.premiopaesaggio.it).

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San Pellegrino: l’esperienza del Logo – Territorio # 03

Visitare trent’anni fa la città di San Pellegrino in val Brembana era come viaggiare nel tempo. L’Hotel principale era abbandonato, così come vuote erano il Casinò, le terme e i suoi giardini. Il resto era solo un grande scalo merci, un piazzale a perdita d’occhio pieno di container carichi di bottiglie d’acqua minerale in attesa di essere trasportate all’altro capo del mondo. Nulla a che vedere con la magnificenza che l’aveva resa celebre tra le città termali alla fine dell’800. La multinazionale Nestlé che ha rilevato la società una decina di anni fa, ha per prima cosa indetto un concorso per la ristrutturazione dell’intero complesso termale, compresi i giardini retrostanti e il parco, con l’obiettivo di renderlo accessibile al pubblico locale e ad un nuovo e diverso turismo termale. Tuttavia i costi di ristrutturazione, così come rilevato dal prof. Roberto Masiero (IUAV di Venezia) che ha preso parte alla fase di redazione del progetto, non potevano essere giustificati unicamente degli introiti provenienti dalla fruizione turistica degli impianti termali e dell’hotel. In realtà non era quella la finalità del progetto, ma di rafforzare il logo: dimostrare cioè che il luogo disegnato sulla nota etichetta della bottiglia di acqua minerale esisteva davvero e si poteva visitare; si poteva vivere cioè, l’esperienza termale presso stabilimenti della stessa acqua che si consumava al tavolo di un ristorante italiano a Londra, New York, Tokyo o Shangai. Come sottolineato dalla pubblicità del sito internet “San Pellegrino è il migliore ambasciatore della cucina e dello stile di vita italiano”. Ad una idea così geniale ci è arrivata una multinazionale che, a quanto pare, dello stile italiano ne ha fatto un business e non solo per aver inventato il caffè espresso in capsule. Infatti la società d’origine svizzera è tra i membri fondatori della Fondazione Altagamma, il cui fine principale è il promuovere a livello internazionale il top dell’industria italiana e la sua cultura. Quindi la Nestlé si trova ora proprietaria di numerosissime aziende alimentari nel nostro paese e di una buona parte del comparto dell’acqua minerale tra cui Acqua Panna, Santa Maria, San Bernardo e Recoaro; ed è possibile che gli investimenti in Italia non si fermino alle acquisizioni dei soli stabilimenti, almeno a giudicare dallo slogan pubblicitario che cita addirittura Friedrich Nietzsche “Recoaro, come paesaggio è una delle mie più belle esperienze!”.

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Piattaforma Milano – Territorio # 02


Il Salone del Mobile di Milano rappresenta la cartina di tornasole dell’economia del capoluogo di una delle aree metropolitane più popolose e ricche d’Europa. La presenza nell’arco di una settimana di più di oltre 300.000 visitatori e 2.500 espositori nella sola sede di Rho conferma la Fiera come motore dell’economia cittadina in grado di creare indotto, tra visite ai musei e alle sedi del Fuorisalone, nel resto della città. Ma il dato più rilevante è l’incremento continuo della presenza straniera che raggiunge quest’anno il 70% (5% in più rispetto all’anno precedente) del totale dei visitatori. L’evento in Zona Ventura/Lambrate, una delle aree più dinamiche del Fuorisalone connotata dalla presenza progetti innovativi tra design e arte contemporanea, era organizzato da una società olandese, la quasi la totalità degli espositori (giovani designers, scuole, società appoggiati anche dalle istituzioni nazionali e consolati) erano stranieri, così come il pubblico che affollava gallerie e stand. In sostanza durante il Salone del Mobile (e non solo) Milano rappresenta una piattaforma logistica (scambi di idee e contatti, business ecc.) per i soli stranieri, vivendo quindi di una rendita di posizione grazie all’immagine creata da più di un secolo di attività nella produzione industriale, nel commercio del design e della moda. Ma la presenza di tali e tanti interessi sul territorio non vengono pensati come una risorsa per la società locale che si accontenta del semplice reddito derivato dall’affitto della “piattaforma” (strutture e ospitalità) senza usarla, rinunciando alla realizzazione di progetti innovativi, capaci di produrre nuove ricchezze per il territorio stesso. Qui più che altrove si sente la mancanza di idee e di imprese per realizzarle.

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