Memorie da Porto Vesme – Territori # 6

Miniera di Monteponi a Iglesias. Gregge di pecore pascola tra i fanghi rossi di Monteponi

La verità di Porto Vesme è quella di tante altre realtà italiane che in diverso modo sono l’esito di una contraddizione implicita nella fase di declino dell’industria di base nel nostro paese. Porto Vesme è una piccola Taranto, dove il mantenimento del posto di lavoro entra in rotta di collisione con la sicurezza ambientale, la salute dei cittadini e dei lavoratori stessi. Il polo metallurgico nato per l’elaborazione a valle della produzione metallifera del sulcis-iglesiente si è legato ad una dimensione internazionale (le aziende della lavorazione dell’alluminio non sono italiane così come non lo sono le materie prime) che ne potrebbe decretare la chiusura, lasciando alle spalle disoccupazione e siti contaminati da bonificare. Perché avviene tutto questo? Quali scelte strade percorrere e con quali obiettivi? E’ indubbio che il discorso è epocale e riguarda la difficoltà di accelerare il subentro di nuovi processi industriali (a ciclo chiuso, a risparmio energetico ecc.) rispetto alla precedente struttura industriale che ci ha reso uno dei maggiori paesi industrializzati ma che oggigiorno risulta non più competitiva, obsoleta, pericolosa, un problema ingombrante. La Germania, la prima a raggiungere l’obiettivo del rinnovabile al 100% prima del 2050, ha quasi completato la sostituzione degli impianti ed è rimasta leader indiscussa del manifatturiero in Europa. L’Italia non è stata in grado di farlo e gli impianti risultano ora desueti e in molti casi pericolosi al punto che la sicurezza sui luoghi di lavoro risulta ora una priorità sociale. Altri paesi europei hanno da tempo abbandonato la partita. I tantissimi territori che ospitano piattaforme industriali presenti in ogni parte d’Italia si trovano ora di fronte al conflitto tra chiudere o fare sopravvivere le lavorazioni ormai altamente inquinanti. Due sono le notizie che hanno accompagnato all’inizio di dicembre la presenza del Seminario sui Siti Minerari alla Miniera di Montemponi ad Iglesias. Il primo riguarda l’incontro sul clima a Parigi nel quale quasi tutti paesi industrializzati si sono presi l’impegno di abolire il consumo di carbone per la produzione di energia.  Il secondo la pubblicazione del rapporto sulle morti premature per tumore dovuto ad agenti inquinanti che vede l’Italia al primo posto in Europa. Stiamo pagando, cioè, a caro prezzo il ritardo con cui non decidiamo su come transitare da una economia ad un’altra: da una industria e uno stile di vita che consumano le risorse dei territori (ambiente e società) a una nuova economia che si basi su di esse per uno sviluppo che prenda come obiettivo il benessere futuro (e non solo economico) delle persone che lo abitano. Sembra banale ma non lo è. Prendiamo in considerazione le industrie di base, quelle che mettono a disposizione la materia prima per la produzione manifatturiera. Tutti i processi fisico-chimici conosciuti producono scarti che nella maggior parte dei casi vengono recuperati per altri tipi di produzioni, seguono cioè altre filiere. Rimane però una percentuale (che a dire il vero le nuove tecnologie rendono sempre più ridotta) di scorie il cui rilascio nell’ambiente fino a poco tempo fa si dava sostanzialmente per scontato, era il prezzo da pagare al miraggio dello sviluppo industriale. O forse non si aveva sostanzialmente coscienza del danno potenziale.  Il rilascio, per esempio della lavorazione metallurgica nel caso di Porto Vesme, avviene innanzi tutto in forma di fanghi rossi (una volta direttamente in falda, ma oggigiorno in siti controllati), poi attraverso fumi contenenti metalli pesanti che si depositano su tutte le superfici nell’arco di alcuni chilometri e infine attraverso polveri sottili che si disperdono in atmosfera producendo fenomeni climaticamente più complessi. Un sito industriale di tale natura risulta una fonte di inquinamento inesauribile che contamina per sempre il suolo e le falde di un contesto progressivamente più ampio. In tale raggio tutti gli organismi viventi entrano in contatto con le nuove molecole residue delle lavorazioni (piombo, zinco, mercurio, cianuro ecc.) producendo alterazioni più o meno vistose sotto il profilo cellulare. I metalli pesanti, permangono, si depositano e si infiltrano in falda e con l’acqua entrano nella catena alimentare. Rimarranno lì per sempre perché non esiste un modo per bonificare un suolo agricolo contaminato. Questo fenomeno induce infatti a comprimere al massimo la dispersione, contenere le fonti di inquinamento all’interno di perimetri precisi. La messa in sicurezza è il primo passaggio di qualsiasi bonifica ambientale. Il problema della salute sembra limitarsi ai lavoratori che entrano in contatto diretto con sostanze tossiche, ma non lo è. Vivere accanto a poli industriali – e questi sono stati posti proprio a fianco alle grandi città – rappresenta un rischio da valutare attentamente. Banalmente portare una tuta da lavoro a casa può danneggiare la salute dei familiari. Ma non solo. Consumare i prodotti di un orto casalingo o esalare direttamente i fumi può costituire un problema. Figurarsi cosa significa in termini salute per le centinaia di migliaia di persone che vivono nei quartieri operai costruiti proprio a fianco degli enormi cattedrali industriali come Marghera, Taranto, Porto Torres, Siracusa, Ravenna, Brindisi ecc. Di fronte alle industrie di Porto Vesme è cresciuta la città di Porto Scuso con oltre 7000 abitanti. Al là dei dati esiste una certezza. Le tabelle indicano i valori accettabili entro i quali il contatto con molecole potenzialmente dannose all’organismo, valori che sappiamo possono essere anche superati con dei livelli di tolleranza. Dimentichiamo però che la continuità di un contatto con potenziale agente cancerogeno incrementa la possibilità di contrarre forme tumorali. Infatti basta un solo evento, un solo contatto con una cellula predisposta che il percorso della malattia inizi la sua decorrenza. Quali sono quindi i costi sociali da aggiungere a quelli di disinquinamento e smantellamento delle industrie pesanti? E’ vero che i privati offrono posti di lavoro (Porto Vesme occupa 3500 operai) ma il costi ambientali ricadono sul pubblico e in questo caso sulle stesse collettività locali. Sulle potenzialità future di impiegare i territori in modo diverso. Il piatto della bilancia inizia a pendere verso la scelta della dismissione di impianti del genere almeno fino a che le proprietà  saranno disposte ad accollarsi per lo meno i costi di bonifiche e di recupero ambientale. E il dopo? Quale tipo di futuro offrire al territorio, alle migliaia di famiglie il cui reddito è dipeso per almeno un paio di generazioni da tali lavorazioni? Esiste l’idea della trasformazione di Porto Vesme in una piattaforma predisposta per la terza rivoluzione industriale, quella ecologica, possibilmente senza incorrere nello schema di credere in una unica forma settoriale di sviluppo. Quindi parco geominerario e porto turistico in funzione delle escursioni alle isole di Carlo Forte e Sant’Antioco? Distretto vitivinicolo dell’ascendente complesso di aziende agricole del Carignano? E l’agricoltura e pastorizia locale? Difficile pensare al futuro di tale territorio soprattutto dopo che il progetto legato all’industria estrattiva e al carbone lascia dietro di se migliaia di ettari di terreni contaminati e di scorie le cui polveri continuano a diffondersi in un territorio con il più alto tasso di disoccupazione e il più basso reddito d’Italia.
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