Quell’idea di Milano sostenibile. Intervista di Elisa Conselvan “Magzine”

MAGZINE 26 | marzo 2016
Quell’idea di una Milano sostenibile
Intervista di Elisa Conselvan
Antonio Angelillo, racconta la sua idea di architettura del paesaggio. Un rapporto organico tra edilizia sostenibile, ambiente e sviluppo delle“città diffuse” che a Milano potrebbe dare nuovo valore all’area di Expo.
Com’è nata Acma e quali sono le sue finalità?
Acma si occupa di paesaggio inteso come architettura del territorio in risposta al fenomeno della globalizzazione ed è nata a Milano nel 1994 su iniziativa mia e di alcuni miei colleghi come impresa individuale, ma con finalità istituzionali di tipo sociale. Analoghi centri di architettura esistevano già in Francia e in Germania, mentre la nostra è stata la prima struttura privata nel settore della cultura architettonica in Italia, dove c’è un forte monopolio statale. Le grandi istituzioni culturali di architettura del nostro Paese sono, infatti, università, musei pubblici e ordini professionali. Grazie alla Convenzione per la salvaguardia del patrimonio architettonico d’Europa e alla Convenzione europea del paesaggio del 2000, negli ultimi anni sono stati avviati piani paesaggistici regionali e il paesaggio è diventato finalmente un valore istituzionalmente riconosciuto. L’architettura del paesaggio, insegnata all’estero già da lungo tempo, da noi è diventata disciplina universitaria grazie al Testo Unico dell’Urbanistica e al Codice dei Beni Culturali e del Paesaggio, che ha cercato di recuperare il tempo perduto. Il mondo della ricerca di questa disciplina in Italia, però, poggia su un sistema universitario obsoleto, strutturalmente fragile.
Qual è il rapporto tra paesaggio, architettura e sostenibilità?
“Paesaggio” è un concetto polisemico, il cui significato cambia a seconda della cultura di riferimento. Da Vitruvio in poi l’architettura è una proiezione dell’uomo e, basandosi sulla geometria di tradizione leonardiana e non solo, indica il processo di costruzione edilizia per la difesa dell’uomo contro la natura. L’architettura del paesaggio, si occupa di tutto ciò che è biologicamente vivo, in cui per “paesaggio” si intende l’interazione dei processi costruttivi che interagiscono fra loro ed è dunque la chiave per capire i processi di evoluzione territoriale. La sostenibilità, però, non esiste di per sé: è un concetto astratto verso cui tendere ed è un bene che oggi molte leggi promuovano il contenimento energetico, la riduzione del consumo di suolo e l’impiego di pannelli solari.
Qual è la Sua visione di città?
La dicotomia centro-periferia è un concetto superato. Oggi si parla, infatti, di “città diffusa” o di “area postmetropolitana” che copre, ad esempio, il territorio da Milano a Lugano, fino a Verona e a Novara, grazie alla rete delle telecomunicazioni e dei trasporti. È in corso, infatti, una trasformazione delle centralità, in quanto la realtà territoriale non coincide più con i confini politici. Una marginalità diffusa e di impronta sociale ha preso il posto del concetto di periferia, e la si trova anche in aree interne alla città. Se città è sinonimo di prossimità, disperdersi è da ricchi, con un conseguente consumo di energia che si paga poi a livello ambientale, come ad esempio con l’accumulo del PM10. La megalopoli padana non è un modello sostenibile, perché con i suoi 23 milioni di abitanti sono peggiorate la qualità del suolo, dell’aria e dell’acqua.
Milano è all’altezza del suo ruolo di metropoli internazionale?
L’area metropolitana di Milano è la terza capitale europea dopo Londra e a Parigi. Nella città storica non mancano le buone iniziative, come la riapertura della Darsena, che è stata accolta con entusiasmo da cittadini e turisti e che ha contribuito a riportare in auge la proposta di riaprire i canali d’acqua della città. Il PGT [Piano di Governo del Territorio, ndr] ha concesso una maggiore libertà ai privati, ma il vero problema è a monte: al timone c’è una politica che non ha il coraggio di prendere decisioni politiche. Se i soldi dei cittadini non vengono reinvestiti sul territorio, questo diventa vittima di processi economici volti esclusivamente al mantenimento dell’apparato statale. Un altro problema italiano è che il PIL è costituito per il 30-40% dall’edilizia, a causa della presenza di potenti lobby del cemento armato che influenzano l’attività dei governi. Basti pensare al problema del dissesto idrogeologico, di cui si è presa coscienza da poco e a cui l’attuale governo risponde con il programma “Italia sicura”, che prevede però l’installazione di sistemi in cemento armato e non ispirati alla green economy, nonostante questa garantisca costi inferiori. In Italia manca una conoscenza progettuale e tecnologica dell’economia sostenibile. Manca un processo di riconversione dell’industria della costruzione che si dovrebbe orientare alla sicurezza del territorio e non più basarsi sulla costruzione edilizia a fini di investimenti immobiliari. Lo scarso senso civico tipico dei nostri concittadini, insieme all’inadeguatezza dello Stato nel rispondere alle esigenze del territorio e a una società sempre più globalizzata, in cui gente, idee, merci e capitali si spostano in continuazione, determinano uno scollamento tra territorio e Stato.
Qual è l’eredità di Expo 2015 dal punto di vista ambientale e architettonico?
Insieme a colleghi architetti e docenti universitari abbiamo realizzato un importante studio, intitolato Expo dopo Expo. Progettare Milano oltre il  2015. Il lavoro è il frutto di più di un anno di ricerche finanziate in maniera del tutto autonoma, ma sono rimasto amareggiato nel vedere che nessuna casa editrice ha voluto pubblicarlo e che il testo non ha influenzato il dibattito politico. Expo 2015 è sorta da un’esigenza del mercato immobiliare milanese e Sala ha fatto il miglior lavoro possibile con le condizioni che c’erano. È indubbio però che il grande guadagno sia andato in mano ai privati e che non abbia lasciato una vera legacy al territorio. Esistono due bilanci diversi di Expo 2015: quello legato all’evento, che ha quasi raggiunto il break-even, e quello legato all’operazione Expo nel suo insieme. Su richiesta dei cittadini, almeno metà dello spazio verrà adibito a parco pubblico, ma il rischio di affidare l’area ad un’unica attività di ricerca è quella di chiuderla in parte al pubblico e di non sfruttare a pieno il suo enorme potenziale, come lo straordinario snodo di treni e autostrade costruito attorno. Il problema di Expo è che è un’isola, slegata dal territorio e al momento abbandonata, come le altre aree dismesse di Milano. Pochissimi, però, studiano la questione sulla base di studi già esistenti, come il nostro. Expo 2015 acquisirebbe valore per il territorio solo se rientrasse in una visione metropolitana e, in questo, il ruolo dello Stato è fondamentale, perché è l’unico che sia in grado di creare luoghi di aggregazione pubblici e quindi di investire l’evento di un significato simbolico, com’è accaduto con la Tour Eiffel per l’esposizione di Parigi del 1889.
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