EXPO Milano 2015. Un commento al Conceptual Master Plan

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Pubblicato in ‘Scape n.2 / 2009

Da sempre le esposizioni universali sono state un luogo eccezionale di sperimentazione architettonica e straordinaria occasione per il rinnovo urbano delle città che le hanno ospitate, offrendo più di uno spunto agli amministratori per ripensarne l’immagine e il ruolo strategico nel contesto internazionale. Anche se la storia recente è costellata da sempre più frequenti insuccessi, bisogna rilevare che nei casi in cui si sono verificate condizioni politiche e istituzionali favorevoli ad una impostazione corretta del progetto tali eventi hanno lasciato tracce indelebili nel tessuto urbano e non solo per la persistenza del recinto dedicato e il perdurare di oggetti architettonici ma per l’insieme di infrastrutture e spazi pubblici realizzati, considerati per molto tempo utili per primi dai cittadini stessi.
Il Conceptual Master Plan elaborato per la EXPO di Milano 2015 da uno staff di architetti ed economisti da cui emerge il nome di Jacques Herzog (Herzog & De Mouron) ha l’ambizione di fornire una risposta alla conformazione richiesta dall’evoluzione di questo tipo di evento all’interno del tema fortemente connesso alla sostenibilità ambientale “Nutrire il pianeta. Energia per la vita”.
Il piano non prevede la classica distribuzione padiglionare ma un grande orto botanico strutturato sulla base di campi regolati da due assi perpendicolari (cardo e decumano) lungo i quali troveranno posto servizi, stend espositivi e strutture per la trasformazione e la vendita del cibo prodotto da ognuno dei 154 paesi partecipanti. Secondo lo staff dei progettisti in un piccolo fazzoletto di terra del Nord Italia si concentreranno, come in una sorta di laboratorio, i temi che preoccupano il futuro dell’umanità: la disponibilità di acqua e di suolo per una agricoltura sostenibile, la produzione di energia rinnovabile per la vita e lo spostamento di miliardi di individui.
Una volta approvato dal BIE nella seconda parte del 2010 il Master Plan permetterà ad ogni paese di organizzare un proprio concorso per agronomi, paesaggisti e desingers per realizzare tra il 2012 e il 2014 l’orto e lo stand dimostrativo.
Nell’epoca della iper circolazione d’informazioni e beni di consumo trasformare una esposizione universale in una sorta di enorme ed eterogenea esperienza degustativa rappresenta senz’altro un valore aggiunto all’evento anche se risulta forse ancora del tutto ottimistico l’obiettivo iniziale dei quasi 30 milioni di visitatori posto dagli organizzatori, soprattutto in considerazione degli esiti deludenti delle ultime edizioni. Ma se così fosse ci si interroga sulla effettiva sostenibilità del progetto di un parco agroalimentare di mq 925.000 che comporterà sul suo perimetro la creazione di “grandi serre bioclimatiche destinate a ricostruire i principali Bioni planetari”; Parco Botanico Planetario che occuperà per le proprie colture un terreno in adiacenze della Nuova Fiera di Milano, al centro delle principali infrastrutture viarie, sul cui suolo erano precedentemente presenti aziende di natura chimica.
Ingenti risorse dovrebbero essere poi investite sul disinquinamento del sistema delle acque libere presenti in uno dei territori più industrializzati di Italia, di cui il parco, nel progetto, ne fa un largo impiego sia ai fini produttivi che ludici. Non si fa alcuna menzione nel Concept Plan sulla sostenibilità economica della struttura a conclusione dell’evento, quando diventerà il più grande parco dell’area metropolitana milanese.
Esiste poi un secondo progetto che vuole mettere in luce in occasione della Expo lo straordinario tessuto rurale circostante la città, soprattutto in funzione dell’ospitalità. Si tratta di un paesaggio stratificato da più di mille anni di storia di appropriazione antropica che vede nella rete dei navigli, delle abbazie e delle cascine gli elementi eclatanti. Ma l’ambizioso progetto di Carlo Petrini, tra i fondatori di Slow Food e uno dei consulenti dell’Expo, di riattivare la filiera agroalimentare locale ormai scomparsa da decenni, si scontra con gli interessi di grandi imprese di costruzione che vedono la zona sud di Milano come il prossimo orizzonte immobiliare.
Per una città industriosa come Milano ospitare nuovamente una esposizione universale dopo più di un secolo rappresenta indubbiamente una occasione. Tuttavia da alcuni decenni la classe dirigente non ha saputo elaborare ed esprimere una chiara idea del futuro della città e un diverso ruolo internazionale da quello che la sua natura industriale e commerciale le aveva consegnato. A fronte di ciò, e nonostante lo straordinario allineamento politico delle amministrazioni, si è assistito ad un incomprensibile stato di incertezza nel governo del territorio che negli anni ha ceduto ampi spazi agli interessi immobiliari privati, svilendo in tal modo la crescita di un nuovo e dinamico tessuto imprenditoriale capace di accogliere la sfida, elaborare e promuovere sul territorio i pur nobili temi della Expo.
(Conceptual Master Plan – Nutrire il Pianeta, Energia per la Vita. Di Herzog & de Meuron, Jacques Herzog / London School of Enomocs, Ricky Burdett / Stefano Boeri Architetti, Stefano Boeri / William McDonough + Partners. William McDonough)

EXPO 2015. Presentazione del Conceptual Master Plan. La traduzione italiana del commento di Antonio Angelillo pubblicato sulla n 2 del 2009 della rivista internazionale di paesaggio, architettura e urbanistica ‘Scape (Paesi Bassi)  dedicato alla sostenibilità.

Puoi scaricare la pubblicazione originale in lingua inglese e completo di immagini al seguente indirizzo: http://www.antonioangelillo.it/materiali/Scape/scape_35-36.pdf  http://www.antonioangelillo.it/materiali/Scape/cover_scape.pdf

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3 risposte a EXPO Milano 2015. Un commento al Conceptual Master Plan

  1. carlo fantacci scrive:

    Complimenti per l’articolo che ho trovato molto interessante.
    Vedendo le immagini mi chiedo se il progetto tiene conto dei mezzi necessari per la coltivazione degli orti, ovvero da dove passano e dove verranno rimessi i trattori, carri etcc..
    saluti
    carlo

  2. admin scrive:

    Avendo letto l’articolo, e le due proposte a cui si fa riferimento,penso che siano interessanti entrambe,sia quella di creare un grosso polmone di verde legato agli scambi commerciali dei prodotti,sia di tener conto delle attività e spazi urbani,architetture, che rappresentino una testimonianza delle tradizioni dei luoghi.
    L’ideale a mio avviso sarebbe di integrare le due proposte d’intevento,in modo da evitare il rischio di creare un’area a verde di grandi proporzioni,di sicura valenza produttiva ed ambientale,ma che faccia tabula rasa del patrimonio,sia esso rurale che urbano,di interesse culturale.
    (Maria Irene Vairo)

  3. Mario Carminati scrive:

    La sfida EXPO è interessante; a parte qualche perplessità sulla “macchina” organizzativa, mi chiedo anch’io che tipo di valutazione sia stata fatta sulle gestione delle aree post – expo (in fondo l’expo ha durata limitata, non dovrebbe essere limitato invece ciò che resterà). Vedo grande fervore nelle amministrazioni locali per infrastrutture viarie e “business edilizio” con relativo ulteriore consumo di suolo; vedo molto meno una riflessione sul destino dell’agricoltura periurbana (a causa dello “sprawl” edilizio ormai quasi tutta l’agricoltura lombarda tende ad essere “periurbana”…) Confido nel contributo di Petrini, ma non mi sembra molto ascoltato. Nei PGT lombardi vedo pochissimi contributi da parte di dottori agronomi e forestali: non mi sembra un grande sintomo di attenzione al tema della sbandierata “sostenibilità”…

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