La dittatura dello spettatore/consumatore

Charlie Chaplin ne "Il grande dittatore"

 

 

 

 

 

 

“Per regime si intende un sistema di controllo sociale, ovvero, più specificamente, una forma di governo, specialmente quando è strettamente correlata ed identificata con una personalità politica che vi assume un ruolo dominante[…] Almeno in teoria, l’attribuzione di questo termine ad un certo particolare governo esistente non implica un giudizio di qualche tipo su di esso,[…] In pratica tuttavia, soprattutto a livello colloquiale ed informale, viene riferito spesso a governi con una fama di essere repressivi, non democratici o illegittimi, […] ”.  “La dittatura è una forma autoritaria di governo in cui il potere è accentrato in un solo organo, se non addirittura nelle mani del solo dittatore, non limitato da leggi, costituzioni, o altri fattori politici e sociali interni allo Stato. In senso lato, dittatura ha quindi il significato di predominio assoluto e perlopiù incontrastabile di chi o di un ristretto gruppo di persone detentore di un potere […]”. (dal dizionario Wikipedia)
E’ fuori discussione che nei paesi occidentali lo sviluppo degli ultimi cinquant’anni è stato segnato da un benessere crescente che ha visto nell’omologazione globale del consumo e nell’uniformazione dei costumi e degli stili di vita i suoi principali elementi di caratterizzazione. Il consumismo affermatosi negli anni ’60 ha cancellato il paradigma delle differenze di classe su cui si fondava la contrapposizione politica del novecento, dell’epoca dell’industrializzazione. Un nuovo sistema politico post ideologico si è affermato in tutto il mondo in coincidenza della caduta dei muri: in esso l’alternanza dei due schieramenti politici non mette in discussione il sistema economico/sociale che nel frattempo ha messo a regime meccanismi razionalizzati di produzione e consumo (marketing, analisi di mercato, produzione diffusa, pubblicità, grande distribuzione). La politica si è prontamente adeguata ad un sistema che vive sulla base del convincimento del pubblico televisivo, è divenuta un prodotto come tanti altri, soggetto alle leggi del marketing, vivendo in commistione continua con i sistemi di comunicazione, stampa, giornali, radio e televisione. I volti noti, che fanno audience, le star, possono tranquillante interscambiare ruoli; cambia per loro solo il tipo di contratto (spettacolo/pubblico). A partire dagli anni ’80 abbiamo potuto apprezzare i casi di attori prestati alla politica (Reagan per primo) così come politici “dismessi” si sono adoperati come attori in improbabili format o alla conduzioni di palinsesti di intrattenimento televisivo. Il mezzo televisivo, e quindi la politica, si è adeguata alle esigenze del consumo di massa, cessando di fatto la sua azione critica nei confronti dell’indirizzo del sistema. I recenti fatti del Festival di Sanremo seguono il successo dei reality, della prevalenza del peso politico della massa ormai assuefatta dai programmi di intrattenimento che per decenni hanno plasmato le coscienze, inizialmente per una maggiore penetrazione della pubblicità.
Così come successo negli anni ’30, le crisi economiche succesive hanno prodotto anomalie dei sistemi democratici parlamentari. Nei paesi con scarsa tradizione democratica l’adeguamento forzoso all’industrializzazione ha prodotto a quell’epoca forme di controllo totalitario della società, spesso con largo consenso popolare. In Italia, dopo il ventennio fascista abbiamo avuto quarant’anni di regime democristiano. Ora, a partire dall’inizio degli anni ’90, assistiamo a un analogo fenomeno di controllo sociale che non avviene nelle aule parlamentari ma attraverso l’impiego orientato dei mezzi di comunicazione. Il suo progetto non si attua nelle forme tradizionalmente impiegate della politica, nello scontro verbale, nella violenza fisica, ma attraverso l’occupazione dei mezzi indirizzati alla formazione del consenso, l’esclusione della critica dal sistema mediatico. Se non appari in tv non esisti (e quindi rimani senza stipendio).
Nell’architettura assistiamo a partire dalla metà degli anni ’90 ad un fenomeno analogo, all’affermazione, cioè, dello stile postmoderno che, perdendo la sua accezione storicistica, si fonda essenzialmente sulla continua invenzione linguistica, sui presupposti dello stupore formale, sul perseguire i fini consumistici dell’immagine. La struttura professionale e quella formativa si sono adeguate prontamente al sistema mediatico delle riviste del settore che nel frattempo sono divenute veicolo di affermazione del mercato immobiliare, house organ di categorie, rassegna di prodotti per l’arredamento e per l’edilizia. Compiacenti direttori hanno cancellato, loro malgrado, la critica del progetto dagli indici delle testate più autorevoli pur di raggiungere obiettivi di vendita fissati dagli editori. In sostanza le riviste, tranne rari casi, sono divenute il catalogo linguistico dello star system capace di plasmare e uniformare gli stili di vita. Si è ristretto il territorio dell’architettura alla mera produzione edilizia. Pochi sono gli architetti militanti che hanno rinunciato al richiamo della progettazione a fini commerciali (o di visibilità del potere politico) e si sono schierati a difesa del territorio, che nel frattempo registra una delle peggiori epoche ambientali di tutti i tempi.

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