La crisi dello spazio pubblico o la crisi della politica?

Entrato a pieno titolo negli anni ‘80 tra le problematiche più discusse della cultura architettonica e urbanistica contemporanea, la crisi dello spazio pubblico non sembra trovare soluzioni progettuali convincenti. Pare quasi che la globalizzazione abbia posto all’architettura una questione irrisolvibile con gli strumenti messi a disposizione dal movimento moderno. Spulciando a ritroso tra i concorsi più noti che comunque avrebbero dovuto  segnare i punti più elevati della ricerca architettonica, vedremo solo la ripetizione ossessiva di modelli storici consolidati della città borghese moderna. Piazze, viali alberati e giardini pubblici, arredati con il design più all’avanguardia tra cui fontane e lampioni, parchi all’”inglese” sembrano estratti da un immaginario volto a stabilizzare lo spazio pubblico, a replicarlo, sempre uguale a sé stesso, rendendolo spazio controllato, tranquillizzante la cittadinanza e le istituzioni. Gli architetti non sembrano spingersi oltre. Ma non è solo un problema di incapacità di sperimentare nuovi modelli spaziali più adatti ad una società in cui interazioni tra individui non passano più attraverso il solo spazio fisico.
Lo spazio pubblico è stato anche il luogo concreto della rappresentazione sociale, espressione del potere politico dominante ma anche teatro di conflitti legati al malessere sociale, di manifestazioni sindacali, di scontri di piazza. Le nostre città sono i luoghi di rappresentazione della retorica dello stato nella sua evoluzione storica, di affermazione dell’identità nazionale: monumenti dedicati agli eroi del risorgimento, della storia patria, della resistenza connotano da sempre lo spazio urbano. Ma lo slancio prodotto dallo stato riformista che confidava nello spazio pubblico come estensione delle sovranità delle comunità locali si è esaurito. La sfida di molte pubbliche amministrazioni che vedevano nei programmi di riqualificazione e di rinnovo urbano la forma privilegiata di manifestazione politica si è persa.  E’ noto che le scadenze elettorali obbligano ad un programma sul territorio orientato alla visibilità dell’azione politica più che alla soluzione di problematiche strutturali. La sovraesposizione mediatica dei protagonisti politici rappresenta una trappola, poiché coniuga indissolubilmente l’identificazione dei progetti urbani con la personalità politica che li ha promossi.
Come interpretare alla luce di ciò gli atti di vandalismo che si aggiungono all’incuria, più o meno addebitabile alla scarsità di risorse pubbliche, che si abbatte negli spazi più marginali delle città e non solo? Un vandalismo, il cui accanimento nei confronti dell’architettura non si spiega se non come fenomeno sociale, una deliberata manifestazione di violenza e di rancore pregresso nei confronti dei rappresentanti della politica, o meglio della politica in sé?
La quotidiana e lenta devastazione di piazze e di giardini realizzati a metà degli anni ’90 nelle città soprattutto dell’Italia meridionale è un segnale di una rivoluzione strisciante. Una rivoluzione, a differenza del passato, senza prospettive. Dove lo stato è assente, dove la fiducia nella politica è venuta meno, lì maggiormente vengono colpiti i suoi simboli. Un esempio per tutti è rappresentato dallo stato cui versano gli spazi pubblici e i giardini voluti a Catania da Enzo Bianco come primo atto della sua vita politica da Sindaco. E tralasciamo il gioiello di Parco Bellini nel centro della città a quanto pare ancora chiuso al pubblico da anni per lavori…Purtroppo l’elenco potrebbe estendersi da sud a nord in quasi tutte le città italiane.
Ricordiamo in passato altri esempi in cui la fine del regime è stato segnato dalla distruzione fisica di ciò che prima simbolicamente lo sosteneva e lo rappresentava.

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