Ikea vs. paesaggio

Oggi è sabato. Stamattina sono stato all’Ikea di Carugate. Il rito si ripete quasi ogni sabato per le famiglie milanesi che, organizzate ed ordinate, apprezzano il buon design e le polpette di carne di renna che il ristorante svedese offre. Una sorta di Expo 2015 di Herzog  & Boeri ante-litteram.
Stimo l’Ikea. Vent’anni fa è sbarcata a Milano e ha trasformato finalmente il gusto estetico dello spazio domestico italiano. Basta con il rustico kitsch e demodé!  Io stesso “abito” Ikea. Tutto quello che avrebbe dovuto fare l’imprenditoria italiana dagli anni ’90 in poi l’hanno fatta gli altri. Ikea oggigiorno rappresenta anche l’immagine di un modo sociale ed ecologico di fare impresa…
Io non sono di Milano, sono nato a Gorizia e torno ogni estate per  passare due settimane di ferie con la mia famiglia nella valle dell’Isonzo, sulle colline del Collio, a bere una birra slovena con gli amici nella valle del Vipacco. Uno dei paesaggi più belli d’Europa. Mi ricordo che alle scuole medie una delle tavole richieste nelle ore di disegno era la riproduzione della sequenza dei campi della pianura friulana frammezzati da linee di gelsi, i vigneti sulle colline e le Alpi sul fondo. Il tutto da realizzarsi attraverso lo sfumato leonardiano…
In autostrada, entrati in Friuli ci si sente immediatamente immersi nella poetica pasoliniana: i campi, le stradine sterrate, le piantumazioni regolare di pioppi, i casolari ormai abbandonati, la ferrovia e la stazione di “Casarsa”, sempre presente nella memoria anche grazie ai miei viaggi in treno per frequentare lo IUAV di Venezia. Una sequenza di terre strappate, grazie a secoli di lavoro umano, dall’insidia delle paludi e dell’acqua salata. E poi alcuni capannoni realizzati negli anni ’80 da Gino Valle ben attenti all’attacco a terra..
Gli argini del Tagliamento e poi del Livenza segnano il confine tra Veneto e Friuli. Gli stessi argini dove muore di infarto il colonnello Cantwell, il protagonista di “Al di là dal fiume e tra gli alberi” scritto due anni prima de “Il vecchio e il mare” che valse ad Hemingway il Nobel per la letteratura nel 1952. Gli argini nella Pianura Padana definiscono ambiti, stabiliscono confini, contribuiscono soprattutto al controllo e alla regimentazione delle acque; in sostanza rappresentano la principale matrice geomorfolocica del paesaggio friulano.
Ogniqualvolta ripartivo dall’isontino, l’ingresso nel casello autostradale di Villesse era segnato da una nota di nostalgia accentuata dallo spettacolo della sintesi, dell’apice dell’idea del paesaggio Friulano rappresentato dalla sequenza dei campi di granturco organizzati attorno all’argine del Torre. Sul fondo le colline del Collio, le Prealpi e le Alpi Giulie. D’inverno, soprattutto dopo un acquazzone, o meglio in coincidenza della Bora, da quel punto si gode una vera è propria scenografia: le montagne si affermano protagoniste quasi in primi piano, i loro dettagli grigio-ombrati, il candore della neve, l’azzurro del cielo, la consapevolezza che l’Adriatico è alle tue spalle, a Grado. Quell’immagine per me consolatoria,  mi permetteva di ingranare la quarta, attraversare l’orizzonte della Pianura Padana in apnea e raggiungere le nebbie di Milano, e rimanerci per i primi giorni adirittura  con un certo buon umore.  In quei fertili campi di Villesse compresi nella confluenza tra il Torre e l’Isonzo  avevo fotografato Bruno Barla seduto sulle balle di fieno, come su un trono di paglia, foto scattata durante un seminario ACMA sul confine di Gorizia e Nova Gorica.
Quest’estate, arrivando a Villesse in auto, l’amara sorpresa delle ruspe e il giornale radio regionale che snocciola i dati della disoccupazione locale e la chiusura di aziende come se fosse un bollettino di guerra. “Per fortuna l’Ikea di Villesse che aprirà in ottobre, ha già assunto alcune centinaia di dipendenti…”.  Mi domando tra me e me come questo sia possibile, quali norme hanno permesso di distruggere quel luogo suggestivo per farne uno nuovo, uguale a Carugate, quale valore ha l’agricoltura oggi  e se alcune centinaia di posti di lavoro possono ad una Regione ricca come il Friuli-Venezia Giulia permettere di rinunciare ad un pezzo della sua storia, la sua memoria collettiva, la sua identità. Forse il centro Ikea a cui friulani e sloveni non possono rinunciare (pena l’esclusione dalla modernità)  poteva essere costruito nello svincolo successivo,  qualche chilometro più avanti, vicino all’aeroporto di Ronchi dei Legionari, o a Cervignano, dove già esistono altre infrastrutture? All’Ikea cambiava qualcosa? A me francamente si.

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