Chi comanda a Milano (uncut)

Appunti preparati per l’introduzione all’inchiesta “Chi comanda a Milano” pubblicata nel numero 91 febbraio 2011 del Giornale dell’Architettura presentato il 22 febbraio alle ore 21.00 alla Casa della Cultura a Milano.

1. Milano rappresenta attualmente uno dei più dinamici mercati immobiliari europei e il luogo dove si concentrano e si depositano storicamente, a diversi livelli, gli interessi finanziari del resto d’Italia. Compresa quella delle mafie.
2. Milano e la Lombardia sono un eccezionale laboratorio politico che ha dato origine ai movimenti operai, ai sindacati e che ha strutturato i grandi movimenti di destra dominanti la scena nazionale e internazionale: il fascismo di Mussolini, la destra socialista di Craxi, la lega di Bossi, e ovviamente il berlusconismo.
3. La straordinaria continuità politica dei tre livelli amministrativi (Comune, Provincia, Regione) che si verifica dal 1993 ha permesso per la prima volta in Italia di sperimentare sul campo le politiche territoriali della nuova destra che privilegiano due principi ideologici: deregulation e ampi spazi all’azione dei privati. L’antico Piano Regolatore, cioè che regolava gli interessi privati e pubblici, è stato messo in soffitta con tutto il suo bagaglio riformista. 
4. Non esistono dubbi: l’attuale condizione del territorio milanese è il risultato diretto di quasi vent’anni di tali politiche territoriali.
5. La delega alle regioni sulla legislazione urbanistica ha dato luogo alla legge regionale che ha rielaborato l’intero impianto normativo e permette ai singoli comuni di dotarsi di un proprio strumento elaborato ad hoc. Nel caso di Milano sono stati rielaborati e sono in fase di approvazione i tre principali piani: PGT (comunale) PTCP (provincia) PTR (regione).
6. La filosofia degli ultimi vent’anni, e presente anche nei piani in approvazione, consiste nella riduzione del peso dell’ente pubblico all’interno della pianificazione del territorio a fronte di un maggior impegno degli investitori privati, fenomeno che si manifesta nelle seguenti modalità: taglio del bilancio e dell’organico degli uffici di pianficazione (PRG appaltato a studi e consulenti esterni), snellimento delle procedure, riduzione del controllo, interpretazione strumentale degli standard urbanistici, impiego della contrattazione diretta pubblico/privato per ottenere benefici pubblici a fronte di una maggiore libertà del modo con cui i privati ottengono profitti dagli investimenti, disponibilità sul mercato di nuove aree a fini edificatori per incassare gli oneri di urbanizzazione, libero mercato degli affitti e delle vendite, svilimento della funzione calmieristica del mercato operato tradizionalmente dall’ex IACP.
7. Le aree industriali dimesse sono state negli ultimi vent’anni la grande risorsa di sviluppo immobiliare per Milano. Nel limbo prodotto dalla mancanza del nuovo piano a Milano si è operato per progetti separati, con alti indici di edificabilità e delegando ai privati il disegno morfologico. I grandi gruppi immobiliari, che si possono contare sulle punte delle dita, si sono accaparrati tra la fine degli anni ’80 e gli inizi degli anni ‘90 tutte le aree edificabili (e non) ed hanno operato sempre relazionandosi direttamente con i rappresentanti politici. Cioè, in mancanza di strumenti urbanistici adeguati ad un controllo della gestione del territorio, i progetti sono stati contrattati (concertati) direttamente con i rappresentanti politici. Anzi possiamo tranquillamente dire che alcuni dei protagonisti della scena politica degli ultimi anni sono nella maggior parte dei casi espressione diretta o indiretta degli interessi dei grandi gruppi immobiliari.
8. Gli unici conflitti a cui assistiamo sulle pagine dei giornali tra i protagonisti dei diversi livelli amministrativi sono legati alla gestione delle proprietà delle aree. Per esempio quelle della Expo. I consigli delle pubbliche amministrazioni si occupano poco delle problematiche sociali (immigrazione, alloggi, servizi, sicurezza) o ambientali (inquinamento e reti infrastrutturali).
9. Per legittimare questa politica che vincola l’immagine architettonica agli affari sono state chiamate archistar (di dubbia qualità, anzi alcune non sono neanche tali) che stanno sconvolgendo lo skyline della città con grattacieli, oggetti giganteschi senza grazia, enormi Mazinga più adatti alle nuove megalopoli orientali. Niente da fare con la storia del movimento moderno che ha realizzato la città tra gli anni ‘30 e gli anni ’50. L’architettura e il buon gusto non abitano più qui.  Le archistar che non si piegano agli interessi immobiliari vengono esonerate.
10. Né il Politecnico, né l’Ordine degli Architetti hanno preso ufficialmente posizioni critiche rispetto ciò che sta accadendo a Milano.
11. Non esiste un libero mercato immobiliare a Milano. Un accordo tra le reti delle agenzie immobiliari che controlla il mercato dell’usato e i grandi gruppi che gestiscono le nuove realizzazioni definisce prezzi, tempi  e modalità di vendita in modo che nessun proprietario ci rimetta. La dinamica immobiliare ha solo parzialmente interessato le piccole imprese essendo quasi assenti le possibilità di lottizzazioni a bassa densità. E’ quindi l’oligopolio immobiliare che regna senza contrasto a incassare la maggior parte dei benefici delle grandi operazioni; operazioni che immettono sul mercato a prezzi esorbitanti uffici e residenze di bassa qualità tipologica e tecnologica. Nessun investimento nella ricerca, nella verietà dei tipi edilizi, negli spazi privati e pubblici ecc., con buona pace degli studi sulla tipologia edilizia e la morfologia urbana, esperienza sperimentale nata proprio nel Politecnico di Milano negli anni ‘70. Buona parte degli alloggi non vengono neanche immessi sul mercato perché rappresentano investimenti finanziari puri e semplici, spesso di provenienza dubbia. Ora che investire in borsa è rischioso prende sempre più consistenza l’investimento immobiliare anche per i piccoli risparmiatori del resto d’Italia. Investire a Milano è più sicuro.
12. In conclusione: il guadagno di pochi si realizza a scapito di tutta la cittadinanza che deve sobbarcarsi non solo l’aumentato costo della residenzialità (prezzi degli alloggi e degli uffici alle stelle) ma dovrà ripartirsi nelle prossime generazioni anche i danni sociali e ambientali prodotti da uno sviluppo senza controllo. Oltre a ricevere in cambio una città decisamente “brutta”.
13. E’ vero che Milano drena risorse finanziarie dal resto d’Italia, ma queste non vengono investite in attività innovative, come era in passato per l’industria e il terziario. Si sa: una società che investe sulla rendita immobiliare anziché sulle attività produttive è una società parassitaria e in declino, il cui motore economico è destinato a perdere potenza, come è dimostrato dal recente declassamento della competitività tra le metropoli europee ed in particolare del settore che la città ritiene più avanzato, quello dell’alta moda.

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6 risposte a Chi comanda a Milano (uncut)

  1. Daniele Cappelletti scrive:

    L’Italia sta vivendo un periodo di forte declino civile, politico e istituzionale. L’architettura e l’urbanistica materializzano, rendono visibili e registrano, quasi come un sismografo, le trasformazioni di una società. Non c’e’quindi da stupirsi se il paesaggio costruito negli ultimi decenni si palesa per quello che e’: lo specchio di un Paese che non ha nessuna capacità di progettare e di immaginare un futuro partendo dall’immenso patrimonio che possiede.

    Nei mesi in cui ho studiato qui a Boston sono rimasto colpito dall’incredibile ammirazione che hanno architetti e urbanisti americani nei confronti delle città italiane. Non c’e’corso progettuale o teorico che non citi almeno una volta una piazza italiana come modello di spazio pubblico. Il popolo che ha inventato il grattacielo sembra essere alla ricerca di una città densa e orizzontale, fatta di spazi pubblici a misura di pedone.

    Un dibattito del genere in Italia e’ improponibile perché di solito degenera nella sterile polemica tra torri verticali e città orizzontale. Io credo che non sia questo il vero problema. Il progetto di Renzo Piano per la Fiera a Milano e’ un ottimo esempio di come i due modelli possano coesistere. Peccato che il progetto non abbia vinto e che abbiano invece dominato le logiche descritte nell’articolo.

    Ha vinto il provincialismo italiano.

  2. romana kacic scrive:

    Ho letto con piacere l’articolo, con meno piacere accetto quello che sta succedendo. E’ qual’è il futuro di Milano? O le possibilità alternative? Questo che descrivi sta succedendo in un paese dove non ci sono più regole di nessun tipo. Il bel paese si sta distruggendo da decenni e il suo futuro si sta commercializzando male a tutti i livelli.
    m o r a l e, e t i c a, b e l l e z z a, s a g g e z z a, r i s p e t t o … parole che ormai, in Italia é diventato ridicolo ad usarle …. Che peccato. Ci si può credere ed aver fiducia solo nelle singole persone, ma ormai al livello di competitività mondiale non sia più sufficiente. E’ necessario avere delle strategie di sviluppo per un paese, per le città … E Italia non le ha.

  3. marina montuori scrive:

    finalmente un’iniziativa lodevole di chi si ricorda che cultura architettonica significa anche giudizio di valore e giudizio politico
    non è più l’epoca dell’architettura del principe…
    quello che impressiona negli intellettuali italiani è il silenzio (assenso?)……
    antonio giiustamente dice “Né il Politecnico, né l’Ordine degli Architetti hanno preso ufficialmente posizioni critiche rispetto ciò che sta accadendo a Milano. [...] Nessun investimento nella ricerca, nella varietà dei tipi edilizi, negli spazi privati e pubblici ecc., con buona pace degli studi sulla tipologia edilizia e la morfologia urbana, esperienza sperimentale nata proprio nel Politecnico di Milano negli anni ‘70. ”

    Per fortuna che c’è Umberto Eco!
    cfr. :
    http://www.youtube.com/watch?v=G3iO52iOI_4&feature=related

  4. sandro lazier scrive:

    Ma l’architettura, in questo articolo, dov’è?

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