Il Pritker Prize 2011 a Souto de Moura

Il Giornale dell’Architettura n.94 maggio 2011

È curioso pensare che, a quasi vent’anni di distanza, la più alta onorificenza per la disciplina sia stata assegnata proprio a due architetti di due generazioni diverse, Alvaro Siza ed Eduardo Souto de Moura, appartenenti alla stessa città che hanno insegnato nella stessa università, percorso molte esperienze progettuali comuni e che condividono oggi gli edifici dove lavorano e perfino il condominio dove abitano. Eppure a guardarle bene le loro architetture appaiono estremamente differenti, quasi appartenenti a due pianeti diversi.
Esistono una serie di evidenti motivi che hanno reso la figura di Souto de Moura originale e autonoma rispetto a quella di Siza, determinandone una rapida ascesa e collocazione, non ancora quarantenne, all’interno della cultura architettonica contemporanea. Bisogna innanzitutto rilevare la corrispondenza tra il periodo di crescita e maturità dell’autore da un lato, e il riconoscimento istituzionale e il carattere di eccezionalità che lo sviluppo della professione ha avuto in Portogallo dall’altro; ciò ha significato una maggiore possibilità sperimentale «sul campo» e l’assunzione di certi connotati di concretezza ed empirismo che le sue opere effettivamente possiedono.
D’altro canto è anche vero che la straordinaria evoluzione dell’architettura portoghese, composta da personalità tanto differenti, ha suscitato a partire dalla seconda metà degli anni ottanta l’interesse di buona parte della critica internazionale, irrompendo così, con un «effetto novità» generalizzato, all’interno dei media specializzati. Souto de Moura interpreta ma al contempo contraddice e supera il noto paradigma dell’architettura portoghese come puro fenomeno regionale nato dalla condizione d’isolamento in cui un gruppo limitato di architetti era costretto a operare nella seconda metà del Novecento. Attraverso una certa continuità dei temi studiati nella sequenza delle sue opere degli anni novanta, che vengono intese come dimostrazione di problemi pratici sempre diversi da indagare, e nuove e fruttuose ricerche relative alle condizioni costruttive e professionali che hanno segnato l’ingresso del suo paese nella globalizzazione, Souto de Moura ha avuto il merito di spostare l’asse del discorso fino a quel momento dominante la scena della cultura progettuale, non solo in Portogallo.
Dei suoi maestri Fernando Tavora e Siza condivide in fondo solo le scelte di campo: la negazione del problema linguistico come centro del discorso architettonico, la ricerca di una nuova lettura (non analitica-razionale ma soggettivo-ambientale) del contesto, la restituzione della pratica artistica nel processo progettuale, la riscoperta dei valori della concretezza e del realismo impliciti nel mestiere, la fiducia di una certa oggettività riposta nella costruzione. Lungi dalla visione assoluta e irrazionale del bel disegno presenti nello storicismo postmoderno dominante a cavallo del 1990, i progetti di Souto de Moura interpretano e rendono espliciti i principi primari contenuti nel contesto, legandosi profondamente alla situazione specifica, valutandone fino agli estremi i presupposti del programma, chiarendo tecnologicamente la contrapposizione tra innovazione e tradizione presente nell’epoca della transizione portoghese verso un nuovo sistema economico.
Il contesto rimane un tema ricorrente nelle sue opere. In ogni caso si tratta di lavorare concretamente in esso aggiungendo, sottraendo, spostando, dividendo degli spazi e delle materie, operando con tecniche primitive che richiedono chiarezza: quindi linee e piani geometrici semplici. Un processo esattamente contrario a quello di concettualizzazione dello spazio e di tentativo della rappresentazione dell’assoluto nelle quali hanno proceduto le prime avanguardie fino al riduzionismo linguistico di Mies van der Rohe. Souto de Moura parte invece dalla trasformazione concreta del sito raggiungendo faticosamente, con gesti discreti e precisi e assumendo alcuni elementi del linguaggio miesiano come modello da adattare, gli obiettivi primari del progetto. Tutto ciò richiede, date le condizioni del contesto in cui avviene la costruzione, una certa elementarità del linguaggio, anche per un semplice problema di comunicabilità sul cantiere. Sforzo che lo lega da un lato alle avanguardie concettuali nella scultura contemporanea, dall’altro alla tradizionale produzione edilizia del Portogallo, basata sulla razionalità della costruzione e su una certa dose di pragmaticità.
L’azione progettuale per Souto de Moura opera una profonda trasformazione di senso del sito dividendo, creando limiti di nuovi ambiti, sottolineando caratteri, esprimendo giudizi su tutto ciò che c’è intorno. In tal modo è comprensibile il recupero dell’importanza divisoria del muro (presente in molte sue prime opere come le case realizzate per l’alta borghesia del nord del paese dove spesso ha operato, inteso come la definizione di limite) elemento costitutivo di ambiti spaziali e generatore di significati e funzioni differenti se non contrapposti.
Dal Sec di Porto allo Stadio di Braga, dalle stazioni metropolitane di Porto alla pousada di Santa Maria do Bouro, alle numerose opere costruite all’estero, egli non dimostra nostalgia per i materiali naturali né stupore per le alte tecnologie: un’equilibrata miscela di diversi materiali e tecniche, artigianali e di assemblaggio, convergono in un unico risultato efficace ed economico. Può forse non essere l’unico modo ma è senz’altro quello che permette una riscoperta del valore percettivo dei materiali naturali senza evitare l’impatto delle tecnologie avanzate. Souto de Moura vuole infatti a ogni costo far emergere nelle sue opere l’ostinata identità dei materiali. Proprio come nelle sculture di Carl Andre viene esibita la loro specifica proprietà, orientando le fibre, studiando i tagli e le molteplici possibilità d’impiego, prevedendone persino la deformazione e il loro ovvio deteriorarsi. È questa l’origine dello studio paziente del dettaglio, in quanto detentore dei segreti della qualità dell’edificio: «Le bon Dieu est dans le détail», diceva Gustave Flaubert ripreso successivamente da Mies in architettura. Anche in questo caso Souto de Moura è cosciente che non occorre inventare niente poiché esiste un patrimonio di soluzioni e di dettagli già sperimentati dal Movimento moderno che si possono riusare o adeguatamente ridisegnare.
La verità è che «già nei suoi primi lavori, intrapresi nel 1980, Souto de Moura ha avuto un approccio coerente, senza mai adottare le tendenze del momento. A quel tempo, durante il culmine del postmodernismo, dopo aver sviluppato il suo singolare percorso, era decisamente fuori moda. Se guardiamo oggi, i suoi primi edifici possono sembrare normali, ma dobbiamo ricordare quanto realmente coraggiosi fossero allora» (dal verbale della giuria). Antonio Angelillo

Scarica l’articolo in pdf http://www.antonioangelillo.it/materiali/GdA/GdA_094_p1.pdf

http://www.antonioangelillo.it/materiali/GdA/GdA_094_p8.pdf

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