Crisi dello spazio pubblico. La chiave italiana

Pubblicato in ‘Scape n.1 2011 (stralcio del testo originale in italiano)

E’ sotto gli occhi di tutti: l’Italia vive da almeno vent’anni uno dei periodi di crisi più profondi della relativamente giovane storia democratica. Il crescente individualismo e l’emergere di forme tecnologiche innovative di comunicazione (TV e internet) ben controllate dall’attuale regime politico, ha prodotto il definitivo mutamento antropologico del rapporto tra le comunità locali e gli spazi della propria vita collettiva. Rapporto che proprio nella nostra penisola nel lontano passato ha permesso la nascita e lo sviluppo delle forme più originali dello spazio pubblico: le piazze civiche.
In tal senso potremmo dire che le attuali condizioni delle “cento città” (*) italiane rappresentano un vero e proprio laboratorio sul futuro dello spazio pubblico, come almeno è stato considerato fino ad ora.
Pier Paolo Pasolini, figura di poeta poliedrico e fine intellettuale, descrisse con estrema lucidità attraverso numerosi lavori giornalistici e filmici, la trasformazione antropologica e culturale vissuta dalla società italiana uscita dal disastro della seconda guerra mondiale ed avviata verso una inedita condizione di benessere. L’amore verso l’autentico e la specificità dei luoghi, come espressione della vita corale delle collettività locali, lo portò a denunciare a più riprese l’appiattimento dei valori proposti dai modelli emersi nella seconda metà degli anni ’60, proprio grazie alla diffusione del mezzo televisivo nelle famiglie italiane. Confrontando in modo esemplificativo il suggestivo profilo della città di Orte in cui iniziavano a verificarsi le prime forme di degrado dovute a interventi edilizi con la città di nuova fondazione di Sabaudia, Pasolini nell’intervista-documentario “La forma della città” trasmesso sulla RAI agli inizi degli anni ’70, dichiarò che l’omologazione culturale delle diverse realtà regionali italiane a cui il fascismo aveva aspirato senza successo per più di un ventennio, era stata raggiunta in pochissimi anni dal consumismo dilagante alla fine degli anni ‘60. Una visione aspramente critica della società italiana e un’aperta denuncia nei confronti dei partiti politici di allora, nonché dell’intera classe dirigente italiana, che da lì a poco gli costò la vita (**). La perdita dei valori locali, sebbene contrastata da un consistente movimento d’opinione con decise connotazioni conservatrici che nel frattempo stava crescendo nel Paese, e una certa avversione verso tutto ciò che rappresentava “tradizione”, costituì il terreno fertile per il depauperamento della lunghissima storia dialogica tra le collettività locali e la costruzione dei luoghi; relazione che ha reso uniche le campagne, i piccoli centri rurali, gli spazi pubblici, le piazze e i centri storici delle città principali. L’oblio mnemonico, la perdita di consapevolezza delle ragioni che hanno prodotto il paesaggio italiano e l’eccesso di benessere diffuso hanno aperto le porte al disinteresse nei confronti dello spazio circostante e al cattivo gusto delle nuove edificazioni. A ciò si aggiunge la notoria indole di un popolo stretto attorno alle istituzioni della famiglia e della collettività locale ma cinico e tendenzialmente anarchico, con una buona dose di sospetto strutturale verso le autorità che sin dall’antichità vennero imposte da dominazioni straniere. L’opportunità della prevaricazione nei confronti degli altri e del disprezzo delle regole rappresentano ora, per esempio, i principali ostacoli allo stabilizzarsi di piani di tutela e valorizzazione del paesaggio (***).
[....]
L’argomento tecnologico e l’epistemologia del progetto non risultano secondari. L’industrializzazione del mercato edilizio e la standardizzazione dei processi costruttivi, ma soprattutto l’uniformazione sull’intero territorio europeo delle normative che regolano la realizzazione dello spazio antropizzato, delineano chiaramente i limiti di intervento del progetto dettando nuove condizioni e diverse modalità di intervento. Il problema sembra essere l’applicazione generalizzata delle tecniche di marketing e project financing a tutta la produzione dell’occidente, anche quella edilizia e dello costruzione dello spazio collettivo. La certezza della esecuzione dei lavori secondo le attese finanziarie dei promotori e quelle dei fruitori ha letteralmente rivoluzionato il ruolo del progettista, dovendo egli eseguire nella maggior parte dei casi semplici procedure di assemblaggio di semilavorati al fine di avvicinare il più possibile la realizzazione finale dell’opera al concept iniziale del progetto, a quanto cioè è stato anticipatamente promosso e venduto con le immagini di photoshop. La suddivisione dei ruoli e delle competenze garantisce sì maggiori certezze, ma rilega l’architetto al semplice ruolo di “creativo” del processo di costruzione di un prodotto in sé compiuto, che non ammette modifiche in corso d’opera, esattamente come avvenuto in passato nel campo del “forniture design”. Per l’architetto-scenografo, l’esperienza del luogo e l’analisi delle risorse passano quindi in secondo piano rispetto alla sua capacità di produrre sempre nuove e seducenti figure, di immaginare nuovi luoghi senza necessariamente partire dalla loro realtà fisica, dalle relazioni contestuali, dalle precedenti vocazioni: in questo consiste la connessione dell’architetto al mondo della comunicazione, delle riviste internazionali, dei mass-.media, dello star system e del consenso politico. Quest’ultimo torna ad essere centrale rispetto alle possibilità di incarico e quindi di avviamento della attività professionale. L’architetto ha perso il suo distacco critico dalla politica.
L’efficacia sempre più temporanea dell’azione politica sullo spazio pubblico nella città contemporanea sposta l’interesse delle scelte progettuali nella direzione della realizzazione di installazioni temporanee capaci di rappresentare la novità in quanto tale ad evocare e non affrontare i temi di attualità presenti nel dibattito architettonico. Mentre si accumulano le problematiche ambientali irrisolte nelle più importanti città italiane per il ritardo con cui vengono affrontato dalla politica le scelte infrastrutturali di base, si moltiplicano è acquisiscono sempre maggior peso, purtroppo anche nella cultura progettuale, le proposte utopiche e ed ambiental-populiste capaci incrementare sensibilmente il consenso politico. Riviste, critici, mostre, amministrazioni pubbliche cadono in tale tranello teso dalla banale mercificazione del prodotto. In tutto ciò lo spazio pubblico non è altro che la rappresentazione fisica della precarietà delle relazioni sociali dominate ormai anche esse dagli interessi e dalle logiche di mercato. Nel mondo dominato dal marketing esperienziale la figura dell’architetto lascia definitivamente lo spazio a quella del set-designer (*****).

Antonio Angelillo marzo 2011

(*) Il termine “cento città” viene impiegato normalmente per indicare la penisola italiana in età comunale.
(**) Pier Paolo Pasolini venne soppresso in circostanze oscure. Solo negli ultimi anni vennero denunciate gli insabbiamenti da parte dell’allora regime politico.
(***) Vedi il protrarsi delle leggi sul condono edilizio e la legge del Piano Casa promulgata dall’attuale governo Berlusconi che prevedeva all’origine la possibilità di chiunque di ampliare di un terzo gli edifici residenziali senza alcun progetto edilizio e in qualsiasi contesto.
(****) Ne è un esempio il confronto tra i progettisti del concorso City Life di Milano
(*****) Figura inizialmente legata alla sola produzione di set cinematografici o pubblicitari.

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