Gabriele Basilico sul confine

 

Mercoledì 13 febbraio 2013 ho appreso con profonda tristezza la notizia della prematura scomparsa di Gabriele Basilico, amico e fervido promotore delle iniziative di ACMA a cui spesso ha anche  partecipato attivamente. Ad un ritratto scattato in occasione di un nostro viaggio sui cantieri di Berlino nel 2000 ho voluto aggiungere uno stralcio di una intervista da me realizzata pochi anni prima e pubblicata nel libro “Città di confine. Conversazioni sul futuro di Gorizia e Nova Gorica”. (Nuova Dimensione Ediciclo 1993).

 
D- Come è nato il tuo interesse verso i luoghi di transizione, di passaggio, i luoghi di confine tra il centro urbano e la periferia, tra questa e la campagna.
R- Non lo so, è una cosa che mi interesserebbe sapere interrogando lo psicanalista. Gustavo Charmet ha cercato di penetrare, di descrivere l’immaginario del fotografo, utilizzando le categorie tradizionali della psicanalisi, per le quali il paesaggio richiama la figura paterna e così via. Ebbene, secondo questa lettura, uno sceglie le aree di confine perché sono anche aree di contagio, di forte comunicazione, di attesa. Il confine è una zona nella quale la cultura ha stabilito un limite. Di questo limite si possono, a distanza di tempo, rintracciare dei segni più o meno visibili. Poi ci sono confini semplicemente topografici. Un esempio è Madrid: quando la città avanza, costruisce un centro di uffici verso una direzione dove non c’è più niente, non ci sono più né case né gli accampamenti dei nomadi, lì esiste un confine preciso. Il conflitto che esiste tra vecchio e nuovo, tra piccolo e grande, tra due culture diverse mi eccita. Quando l’acqua del fiume raggiunge il mare, quello lo sento come un luogo di magia: si confrontano improvvisamente due caratteri profondi. Sono luoghi nei quali si libera una grande energia. Anche i porti che ho fotografato possono essere considerati luoghi di confine.
D- Di quali porti si tratta?
R- Sono compresi tra il nord e il sud d’Europa: Trieste, Genova, Napoli, Barcellona Rotterdam, Amburgo, Anversa, i porti della Francia…Le Havre e altri. I porti sono confini tra la terra e un’altra terra che non si vede. Sono luoghi letterari. Quando si arriva in un porto si inizia a sentire l’odore del grano nei silos, il profumo delle spezie, si vedono le facce dei marinai che scendono a terra, una terra con la quale non c’entrano niente, i gabbiani che vengono a beccare, le navi con scritte straniere, i containers, le targhe: tutti pezzi di altri paesi capitati lì.
D- Mi viene in mente che nell’Ode Marittima ambientata a Lisbona, Fernando Pessoa descrive proprio ciò che prima raccontavi, e cioè che il porto è come una porta simbolica aperta verso altri luoghi da cui ne esce solo il loro lembo più estremo, e la città lo accoglie…
R- Proprio così. E’ un pezzettino di un paese che è venuto a visitarne un altro, cosa che richiede tutto un cerimoniale. Come nell’”Amarcord” di Fellini l’evento rappresentato dalle navi che arrivano con tutto il loro carico di immaginario sono come un film aperto, sono incontri ravvicinati. E’ l’emozione dello spettacolo offerto dalla differenza geografica.

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