Selling Italy by the pound – Territorio # 01

Questo articolo apre “Territori #” Una nuova rubrica del blog www.antonioangelillo.it di considerazioni sui fenomeni che attraversano il paesaggio italiano, tratte da casi studio affrontati nelle attività del Master in Architettura del Paesaggio organizzato da UPC Barcellona/ACMA Milano. www.masterpaesaggio.it

L’estate scorsa era all’ordine del giorno del governo italiano la vendita dei beni culturali. Monumenti come il Palazzo Ducale di Venezia sarebbero potuti diventare privati, probabilmente in mano a qualche multinazionale che ne avrebbe fatto una casa di gioco. Tuttavia la privatizzazione dei beni dello stato non è un fenomeno recente. Tale politica, resa necessaria dall’indebitamento pubblico accentuatosi negli anni ‘80 ha permesso in passato l’alienazione di una gran parte di aziende di interesse collettivo così come aree demaniali o immobili di pregio. Ciò che ha fatto scalpore è che ad essere venduti erano i monumenti il cui valore per un paese come l’Italia non è puramente riconducibile a quello immobiliare: è l’Italia stessa. Il libero scambio di capitali ha permesso nell’epoca della globalizzazione di vendere ad acquirenti stranieri pezzi della nostra identità culturale, perciò i mercati immobiliari più attivi sono proprio quelli delle città d’arte come Venezia. Ma ciò avviene anche per le ville e i casali, per le aziende agricole, per intere aree forestali, per i borghi rurali e per le filiere di produzione di eccellenza, per i marchi di qualità. Purtroppo nella maggior parte dei casi i capitali risultanti dalle vendite non vengono reinvestiti in attività produttive nello stesso territorio ma utilizzati a coprire spese correnti (nel caso delle amministrazioni pubbliche) o peggio, prendono il largo nei paradisi fiscali, incrementando il capitale finanziario che dalla caduta del muro di Berlino ad oggi è passato dal 5% al 20% di quello totale; per intenderci è il capitale svincolato delle grandi aziende quotate in borsa, quindi dalla produzione reale e che persegue i soli fini speculativi, prendendo di mira aziende o stati. Proprio negli ultimi vent’anni, la scarsa performance del PIL italiano rispetto agli altri paesi europei ha alimentato uno squilibrio dei conti che alla prima crisi è arrivata al pettine. L’Europa ha chiesto il conto. In questo contesto la vendita tout court di pezzi del nostro paesaggio ha più il sapore di una resa incondizionata al capitale finanziario che attraverso i fondi di investimento sta progressivamente facendo perdere al Paese la propria sovranità, intesa come la possibilità di decisione delle società locali sui destini dei propri territori, rendendoli vulnerabili allo sfruttamento incondizionato delle risorse. Sono quindi le politiche territoriali espresse dalle comunità locali , più quelle dei governi nazionali, a dover fornire risposte a tale fenomeno. La bramosia con cui la finanza internazionale si accanisce nell’acquisto dell’Italia “a pezzi” non ci deve lusingare, ma far comprendere che i nostri paesaggi hanno un valore di scambio impagabile, sono il nostro vero capitale sociale, l’oro nero che va preservato per le future generazioni.

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