Una idea (delle 99) per il Sulcis: l’infrastruttura mentale – Territorio # 04

Tutti conoscono le recenti vicende di Portovesme, la zona industriale di Portoscuso, realizzata tra la fine degli anni 60 e 70 per offrire una nuova forma di occupazione a migliaia di ex-minatori del Sulcis in seguito alla crisi del settore estrattivo avvenuto a partire dal dopoguerra. L’insediamento del polo metallifero ha creato un indotto non indifferente per la produzione dell’alluminio in Italia, messo a rischio oggi dalla chiusura delle grandi aziende di base localizzate nel recinto industriale. Le congiunture internazionali hanno infatti convinto le quattro più grandi aziende, proprietà di altrettante multinazionali, di chiudere la linea produttiva a Portovesme e dislocarla altrove. I finanziamenti stanziati del governo italiano per fare fronte al declino dovuto alla inevitabile deindustrializzazione del Sulcis ha di fatto prodotto molte attese, soprattutto nell’industria delle bonifiche ambientali dei siti minerari cui buona parte dell’investimento verrà riversato. Un piano strategico dovrebbe ottimizzare gli investimenti soprattutto in infrastrutture aventi come finalità un incremento occupazione, possibilmente nel settore turistico e, più in generale, terziario. Una piccola parte di investimenti verrà riservata a una serie di progetti ritenuti innovativi, tratti da quanti sottoposti ad un concorso pubblico “99 idee per il Sulcis” indetto dal Ministero per la Coesione Territoriale.
Fin qui nessuna novità: la politica adottata ricalca quanto già avvenuto precedentemente nello stesso territorio anche se in modalità completamente diverse e forse più efficaci (maggior controllo delle procedure, partecipazione di più soggetti, chiara individuazione dei finanziamenti e delle tempistiche, sistemi di monitoraggio). Ma lo svolgimento del tema segue la stessa traccia: una volta individuato il modello di sviluppo economico più adatto alla risorsa presente sul luogo, ieri il sottosuolo ora il paesaggio costiero, si procede pianificando le infrastrutture che rendono il tal bene fruibile, diremmo “consumabile”. Per esempio con questa logica si potrebbe investire su un nuovo ponte/tunnel che collega l’arcipelago di Sant’Antioco, San Pietro alla terraferma, oppure sul sistema degli approdi marittimi, per indurre le imprese a realizzare attrezzature capaci di rispondere ad una generica offerta turistica (alberghi e residence, lottizzazioni di seconde case). E’ vero che la presenza di infrastrutture può sempre ritornare utile per offrire opportunità insediative ad ulteriori attività, non necessariamente turistiche, ed è indubbio che l’industria delle costruzioni rappresenti un volano per l’economia contribuendo ad ammortizzare, almeno temporaneamente, il peso della disoccupazione. Ma non si tiene conto che infrastrutturare il territorio significa inevitabilmente trasformare il paesaggio e spesso ridurne la qualità (per esempio in termini di biodiversità o ancor peggio in impatto visivo, nocivo per l’industria turistica stessa). Inoltre la globalizzazione ci ha insegnato che non ci si può fidare delle previsioni. Quanto è durata e quanto è costata in termini ecologici oltre che economici la piattaforma industriale di Portoscuso? Cosa farne ora? La condizione dell’economia globale ha impresso una tale accelerazione alla dinamica della produzione di beni e alla qualità della domanda (per esempio ai tipi di turismi o ai sistemi di trasporto) che rende incompatibile qualsiasi programma di sviluppo economico basato prevalentemente sulle realizzazione di infrastrutture con tempi lunghi di realizzazione. Le infrastrutture da risorsa possono addirittura diventare limite allo sviluppo, sottraendo potenzialità di future e diverse utilizzazioni del territorio.
Promuovere le risorse, innanzitutto culturali e sociali, presenti sul territorio cogliendo le opportunità offerte dal mercato globale con i nuovi strumenti mediatici, rappresenta ormai una priorità in una fase economica segnata dalla scarsità di investimenti pubblici e dalla iperdinamicità dell’imprenditoria privata. È quindi determinante dotare il territorio innanzi tutto degli strumenti tecnici, culturali e concettuali, per rispondere alle sollecitazioni provenienti da una economia sempre più integrata e globale. Si richiede ora di inventare nuove opportunità di ricchezza, di sognare il proprio futuro individuale e collettivo. Comprendere ed operare in aree di crisi come il Sulcis richiede per chi governa cambiare il paradigma di lettura che deve vedere al centro il soggetto operante sul territorio. Quest’ultimo dovrà agire in forma autonoma o associata attraverso progetti che comprendano l’impiego sostenibile delle risorse e dei valori locali con una chiara visione delle opportunità offerte dall’economia globale; ed in questo sì deve essere coadiuvato dalle istituzioni e da un ambiente (industrial atmosphere) adatto alla nascita e crescita dell’imprenditoria. Investire sulla formazione delle idee e sulle capacità imprenditoriali significa oggi investire su una nuova infrastruttura, non più fisica ma mentale e diffusa nel territorio: sull’insieme delle persone che abitano un luogo.

Nell’immagine: la pianta del territorio realizzata dalla Università di Cagliari in occasione della candidatura italiana al Premio del Paesaggio del Consiglio d’Europa 2009-2010 vinto dal Comune di Carbonia (www.premiopaesaggio.it).

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