Nuovi paesaggi d’impresa – Territori # 5

Ha prodotto un certo scalpore la vendita di Ducati all’Audi. Dopo Lamborghini e Bugatti un altro pezzo della produzione italiana d’eccellenza prende il volo. Ma il settore automobilistico non è un caso isolato. Chi non decentra o chiude, vende: questa sembra essere la regola scelta dell’industria italiana per superare la crisi. Sarà un fatto generazionale ma sembra che manchi al sistema imprese un certo dinamismo capace di fronteggiare le sfide della globalizzazione. Soprattutto questo rappresenta il segnale più evidente della perdita di posizioni del nostro paese sul piano dell’economia internazionale (il PIL non cresce da vent’anni). I settori maggiormente presi di mira dagli acquirenti stranieri sembrano essere quelli che più rappresentano il Made in Italy. I marchi di Bulgari, Pucci, Acqua di Parma, Fendi, Gucci, Pomellato, Bottega Veneta, Brioni, Sergio Rossi e tanti altri si aggiungono a quanti negli anni sono passati in proprietà a società estere, come Ferrè, Fiorucci… Ma è nel settore agroalimentare che il fenomeno avviene in modo più preoccupante. Sono già di proprietà di società estere: Algida, Bertolli, Carapelli, Sasso, Santa Rosa, Riso Flora, Galbani, Peroni, Invernizzi, Buitoni, Parmalat, Barilla, Sanpellegrino, Gancia…
E’ vero che alcune aziende italiane si espandono all’estero acquisendo marchi, tecnologie e know how come è successo per la FIAT o più recentemente per la Luxottica che ha acquisito la Ray-Ban. Tale fenomeno è parte integrante della globalizzazione. Nella maggior parte dei casi le proprietà estere però non si limitano a controllare e gestire efficacemente le aziende ma spostano la sede produttiva e la provenienza delle materie prime, come il caso della Perugina acquisita dalla Nestlé che a Perugia ha lasciato solo un museo, non certo il cuore della produzione e i brevetti elaborati dalla locale università che a sua volta ha chiuso il centro di ricerca dedicato proprio all’innovazione del prodotto dolciario. La produzione si è staccata dalla formazione di tecnici e dalla filiera agroalimentare locale esattamente come avvenuto in tantissime altre realtà (bisogna precisare, non cedute necessariamente a proprietà straniere). Ciò che rimane del prodotto distribuito a livello globale è unicamente il brand aziendale, che fa riferimento al Made in Italy, vero oggetto della vendita.
Le imprese italiane sono parte integranti della vita economica e sociale locale. La loro presenza rappresenta una risorsa direttamente o indirettamente per tutti i soggetti che vivono in quel determinato territorio. Le imprese di oggi a tutti i livelli portano con sè la storia delle relazioni umane che le hanno generate, conoscenze e saperi spesso custoditi in ambiti familiari, fortemente correlati alle cultura produttive locali e alla conformazione geografica. Si tratta di investimenti fatti da generazioni di italiani. Le aziende se collegate al territorio lo arricchiscono non solo per l’offerta di posti di lavoro (diretti o collegati alla sua filiera) ma per gli investimenti propri e delle collettività locali in termini di formazione e di infrastrutture. La loro vendita rappresenta una perdita di controllo della società locale sulle proprie risorse che si traduce sicuramente in sottrazione di profitti, cioè ricchezza, spesso nella riduzione di posti di lavoro ed in prospettiva nel declino economico e sociale.

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