Selling Italy by the pound – Territorio # 01

Questo articolo apre “Territori #” Una nuova rubrica del blog www.antonioangelillo.it di considerazioni sui fenomeni che attraversano il paesaggio italiano, tratte da casi studio affrontati nelle attività del Master in Architettura del Paesaggio organizzato da UPC Barcellona/ACMA Milano. www.masterpaesaggio.it

L’estate scorsa era all’ordine del giorno del governo italiano la vendita dei beni culturali. Monumenti come il Palazzo Ducale di Venezia sarebbero potuti diventare privati, probabilmente in mano a qualche multinazionale che ne avrebbe fatto una casa di gioco. Tuttavia la privatizzazione dei beni dello stato non è un fenomeno recente. Tale politica, resa necessaria dall’indebitamento pubblico accentuatosi negli anni ‘80 ha permesso in passato l’alienazione di una gran parte di aziende di interesse collettivo così come aree demaniali o immobili di pregio. Ciò che ha fatto scalpore è che ad essere venduti erano i monumenti il cui valore per un paese come l’Italia non è puramente riconducibile a quello immobiliare: è l’Italia stessa. Il libero scambio di capitali ha permesso nell’epoca della globalizzazione di vendere ad acquirenti stranieri pezzi della nostra identità culturale, perciò i mercati immobiliari più attivi sono proprio quelli delle città d’arte come Venezia. Ma ciò avviene anche per le ville e i casali, per le aziende agricole, per intere aree forestali, per i borghi rurali e per le filiere di produzione di eccellenza, per i marchi di qualità. Purtroppo nella maggior parte dei casi i capitali risultanti dalle vendite non vengono reinvestiti in attività produttive nello stesso territorio ma utilizzati a coprire spese correnti (nel caso delle amministrazioni pubbliche) o peggio, prendono il largo nei paradisi fiscali, incrementando il capitale finanziario che dalla caduta del muro di Berlino ad oggi è passato dal 5% al 20% di quello totale; per intenderci è il capitale svincolato delle grandi aziende quotate in borsa, quindi dalla produzione reale e che persegue i soli fini speculativi, prendendo di mira aziende o stati. Proprio negli ultimi vent’anni, la scarsa performance del PIL italiano rispetto agli altri paesi europei ha alimentato uno squilibrio dei conti che alla prima crisi è arrivata al pettine. L’Europa ha chiesto il conto. In questo contesto la vendita tout court di pezzi del nostro paesaggio ha più il sapore di una resa incondizionata al capitale finanziario che attraverso i fondi di investimento sta progressivamente facendo perdere al Paese la propria sovranità, intesa come la possibilità di decisione delle società locali sui destini dei propri territori, rendendoli vulnerabili allo sfruttamento incondizionato delle risorse. Sono quindi le politiche territoriali espresse dalle comunità locali , più quelle dei governi nazionali, a dover fornire risposte a tale fenomeno. La bramosia con cui la finanza internazionale si accanisce nell’acquisto dell’Italia “a pezzi” non ci deve lusingare, ma far comprendere che i nostri paesaggi hanno un valore di scambio impagabile, sono il nostro vero capitale sociale, l’oro nero che va preservato per le future generazioni.

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Gabriele Basilico sul confine

 

Mercoledì 13 febbraio 2013 ho appreso con profonda tristezza la notizia della prematura scomparsa di Gabriele Basilico, amico e fervido promotore delle iniziative di ACMA a cui spesso ha anche  partecipato attivamente. Ad un ritratto scattato in occasione di un nostro viaggio sui cantieri di Berlino nel 2000 ho voluto aggiungere uno stralcio di una intervista da me realizzata pochi anni prima e pubblicata nel libro “Città di confine. Conversazioni sul futuro di Gorizia e Nova Gorica”. (Nuova Dimensione Ediciclo 1993).

 
D- Come è nato il tuo interesse verso i luoghi di transizione, di passaggio, i luoghi di confine tra il centro urbano e la periferia, tra questa e la campagna.
R- Non lo so, è una cosa che mi interesserebbe sapere interrogando lo psicanalista. Gustavo Charmet ha cercato di penetrare, di descrivere l’immaginario del fotografo, utilizzando le categorie tradizionali della psicanalisi, per le quali il paesaggio richiama la figura paterna e così via. Ebbene, secondo questa lettura, uno sceglie le aree di confine perché sono anche aree di contagio, di forte comunicazione, di attesa. Il confine è una zona nella quale la cultura ha stabilito un limite. Di questo limite si possono, a distanza di tempo, rintracciare dei segni più o meno visibili. Poi ci sono confini semplicemente topografici. Un esempio è Madrid: quando la città avanza, costruisce un centro di uffici verso una direzione dove non c’è più niente, non ci sono più né case né gli accampamenti dei nomadi, lì esiste un confine preciso. Il conflitto che esiste tra vecchio e nuovo, tra piccolo e grande, tra due culture diverse mi eccita. Quando l’acqua del fiume raggiunge il mare, quello lo sento come un luogo di magia: si confrontano improvvisamente due caratteri profondi. Sono luoghi nei quali si libera una grande energia. Anche i porti che ho fotografato possono essere considerati luoghi di confine.
D- Di quali porti si tratta?
R- Sono compresi tra il nord e il sud d’Europa: Trieste, Genova, Napoli, Barcellona Rotterdam, Amburgo, Anversa, i porti della Francia…Le Havre e altri. I porti sono confini tra la terra e un’altra terra che non si vede. Sono luoghi letterari. Quando si arriva in un porto si inizia a sentire l’odore del grano nei silos, il profumo delle spezie, si vedono le facce dei marinai che scendono a terra, una terra con la quale non c’entrano niente, i gabbiani che vengono a beccare, le navi con scritte straniere, i containers, le targhe: tutti pezzi di altri paesi capitati lì.
D- Mi viene in mente che nell’Ode Marittima ambientata a Lisbona, Fernando Pessoa descrive proprio ciò che prima raccontavi, e cioè che il porto è come una porta simbolica aperta verso altri luoghi da cui ne esce solo il loro lembo più estremo, e la città lo accoglie…
R- Proprio così. E’ un pezzettino di un paese che è venuto a visitarne un altro, cosa che richiede tutto un cerimoniale. Come nell’”Amarcord” di Fellini l’evento rappresentato dalle navi che arrivano con tutto il loro carico di immaginario sono come un film aperto, sono incontri ravvicinati. E’ l’emozione dello spettacolo offerto dalla differenza geografica.

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Guido Guidi, citazioni

Non guardarti in giro, cammina! (Madre al bambino uscendo dalla porta di casa, Venezia alle otto della mattina)

Camminare lungo un percorso mettendosi, di volta in volta, nelle scarpe di un bambino, di un elettricista, di un intellettuale, di un fotografo …. e infine di tutti in un solo colpo. (Suggerimento di Italo Zannier agli studenti del corso di laurea in Urbanistica a Pregaziol)

… non facciamo altro che restituire al nostro suolo silenzioso e illusoriamente immobile, le sue rotture, la sua instabilità, le sue imperfezioni; e, sotto i nostri passi, di nuovi si turba. (Michel Foucault, Le parole e le cose)

La pellicola a colori è straordinaria perché non mostra solo l’intensità ma anche il colore della luce. Ci sono incredibili variazioni di luce fra un mezzogiorno e l’altro, fra le dieci di mattina e le due del pomeriggio. Si ha una fotografia quando qualcosa dentro si salda, è un’esperienza che muta così come muta, nel viverla, il fotografo. (Stephen Shore, Uncommon Places)

Testi presenti nell’introduzione del libro fotografico Guido Guidi SS9  di IUAV dU Linea di Confine  (foto di Antonio Angelillo al workshop di ACMA Gorizia / Nova Gorica. Tracce del confine scoparso del 2004)

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Ad Alvaro Siza il Leone d’oro alla carriera

Il Giornale dell’Architettura n. 108 agosto-settembre 2012

Il Leone d’oro alla carriera ad Álvaro Siza, che segue di pochi mesi l’assegnazione del prestigioso Premio Pritzker al suo più noto allievo Eduardo Souto de Moura, fa parte di una lunga stagione di riconoscimenti internazionali della recente storia dell’architettura portoghese di cui lo stesso Siza ha svolto l’indubbio ruolo di protagonista. La sua genialità è stata immediatamente riconosciuta dai suoi contemporanei. Negli anni ’60 le sue opere prime (le piscine di Leça e il ristorante di Matosinhos) vengono pubblicate sulle principali riviste europee dell’epoca a fianco a quelle di Alvar Aalto e di Le Corbusier e rappresentano una vera e propria rivelazione per la loro capacità di mescolare linguaggi moderni e materiali tradizionali, sensibilità per i luoghi ed esigenze legate alla loro trasformazione. Grazie agli interventi di edilizia residenziale partecipata SAAL di Porto, realizzati nell’ambito della rivoluzione dei garofani del 1974, e soprattutto al quartiere Malagueira ad Evora, egli è l’unico architetto portoghese invitato all’esperienza IBA per la ricostruzione dei quartieri di Berlino Ovest bombardati durante la seconda guerra mondiale. Ma la sua statura non deve essere misurata dai successi nei concorsi internazionali cui è stato invitato a partire dalla fine degli anni ’80, dai riconoscimenti ufficiali (tra cui il Premio europeo Alvar Aalto e l’americano Pritzker) o dagli innumerevoli studi e pubblicazioni di cui sono state oggetto le opere realizzate dopo l’ingresso del Portogallo in Europa (ricostruzione del Chiado di Lisbona, scuola di Setubal, museo di Santiago di Compustella, quartieri residenziali in Olanda ecc.) e che lo hanno reso tra i più noti ed affermati protagonisti dell’architettura contemporanea. La sua statura deriva dall’essere stato accolto da subito proprio da un ampio gruppo di architetti che, a partire dall’epilogo dei CIAM, intendeva costruire un nuovo percorso critico per l’architettura moderna, al di fuori delle accademie e delle dimensioni professionistiche dominanti; lo stesso gruppo che ha stimato e sostenuto Siza non solo per le sue doti quasi istintuali di disegnatore e progettista ma anche per la tenacia delle sue idee e per la capacità di resistenza in un paese isolato culturalmente e distrutto economicamente dalle guerre coloniali volute dall’ultimo regime fascista. Ristrutturazioni di negozi e appartamenti, piccole case unifamiliari, sistemazione di piscine, due agenzie bancarie: le piccole occasioni professionali offerte allora dalle condizioni del Nord del Portogallo rappresentano una vera e propria palestra per l’esercizio sperimentale costruttivo e linguistico, un patrimonio che Siza impiegherà nella fase della sua maturità e che influenzerà i suoi colleghi della Facoltà di Architettura della locale Scuola di Belle Arti, dove si formeranno decine di giovani architetti sotto la direzione di Fernando Távora. Quella che impropriamente viene considerata la “Scuola di Porto” è stata elevata dal regionalismo critico di Kenneth Frampton come uno dei casi esemplificativi della capacità del movimento moderno di rinnovarsi, mantenendo continuità di tecniche e linguaggi, ma anche di valorizzare il contesto fisico e culturale locale. Tale paradigma dell’architettura portoghese coniato dalla critica negli anni ’90 non è stato più messo in discussione e viene tuttora impiegato dalla pubblicistica contemporanea per chiarire il ruolo di Siza nel contesto della cultura architettonica europea. Proprio dalle pagine della rivista internazionale Casabella diretta da Vittorio Gregotti in quegli anni vengono sostenute e promosse posizioni della cultura del progetto che inquadrano la pratica professionale di Álvaro Siza, ne definiscono i contorni e la rendono condivisa da generazioni di architetti non solo europei, proprio mentre i processi di globalizzazione affermano modelli diversi: quelli dello “star system” e dell’indifferenza degli interventi edilizi ai luoghi. Ma dai suoi recenti lavori in Corea al grattacielo per Rotterdam emergono con chiarezza la stessa coerenza di sempre che tende ad adeguare il metodo progettuale alle condizioni contestuali, la reinvenzione ad hoc del linguaggio architettonico, ma soprattutto la volontà di non piegarsi alle esigenze dell’affermazione del potere dell’ immagine imposta dal mercato edilizio ormai globale e alla pura mercificazione della cultura architettonica. La proposta del direttore della XIII Mostra di Architettura, David Chipperfield, non si deve leggere solo come un atto dovuto ad uno degli interpreti più noti e pubblicati dell’architettura contemporanea, ma come il riconoscimento collettivo, prima che personale, di una intera vita votata totalmente all’architettura come pratica artistica, come interpretazione soggettiva e critica del mondo in cui ogni progettista per la natura del suo lavoro è pienamente immerso.
Antonio Angelillo

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Temi di Architettura del Paesaggio

 

Le lezioni di Antonio Angelillo, che si inseriscono nell’offerta didattica della Scuola di Dottorato in Architettura, sono aperte anche a studenti e laureandi della facoltà. Il seminario si terrà nelle giornate di mercoledì 20 giugno, 4 luglio e 18 luglio 2012 sempre alle ore 17.00, nell’aula seminari al terzo piano di Palazzo Cugia, via Santa Croce 67 a Cagliari.

La categoria culturale del paesaggio ha cessato di esprimere unicamente il suo valore iconico e di fondale al gesto architettonico per assumere quello di strumento di progettazione alla scala ampia: la pianificazione territoriale e l’urbanistica hanno assunto il paesaggio come livello di progettazione integrata grazie alla sua natura multidisciplinare, cioè capace di raccogliere e far interagire innumerevoli elementi presenti sul piano fisico, politico, istituzionale, storico e culturale.
I temi trattati negli ultimi vent’anni dall’architettura del paesaggio dimostrano una straordinaria maturazione della disciplina ormai più che centenaria, rispetto temi della sostenibilità ambientale, economica e sociale alle diverse scale; non più solo sistemazione di giardini privati e parchi pubblici o di vuoti creati all’interno del tessuto edilizio. L’elenco dei temi si rinnova anche a partire da una ricerca continua offerta dalle esigenze espresse delle pubbliche amministrazioni nella gestione quotidiana del territorio secondo i principi della sostenibilità ambientale.

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Tre città: Lisbona, Barcellona, Milano

Ciclo di lezioni di Antonio Angelillo per la Scuola di Dottorato dell’Università di Cagliari. 2 maggio 2012 (Lisbona); 16 maggio (Barcellona); 31 maggio (Milano). Ore 16.00, Aula seminari, Palazzo Cuglia, terzo piano, via Santa Croce 67. Cagliari.

Tre citta’. Tre capoluoghi di aree metropolitane a confronto; citta’ le cui amministrazioni hanno diversamente affrontato la progressiva perdita del loro ruolo industriale. Attraverso la lettura dei piani e dei grandi progetti che le hanno riconfigurate è possibile trarre un bilancio sulle politiche urbane degli ultimi trent’anni e sul contributo della cultura progettuale nella costruzione della citta’europea contemporanea.
Il ciclo si concluderà a giugno con un convegno internazionale al quale parteciperanno i politici e i progettisti di queste città.
Queste lezioni proseguono l’offerta formativa per l’anno accademico 2011-2012 della scuola di dottorato, iniziata con il seminario di Giorgio Grassi nel mese di aprile.

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“Urbanistica informazioni” n.239/240

La sorpresa di ritrovarmi in quarta di copertina del numero 239-240 di Urbanistica Informazioni mi riempie di gioia e mi inorgoglisce. Prima di tutto perché la scelta di Guido Guidi è relativa ad una foto scattata durante un workshop organizzato anni fa a Milano e mi rammenta quell’atmosfera del tutto particolare ed il calore che si creano nelle iniziative in cui egli partecipa assieme ai suoi più stretti collaboratori, prima tra tutti Luisa Siotto. In secondo luogo perché Urbanistica Informazioni rappresenta una eccezionalità nel mondo delle riviste relative alla professione dell’architetto: tratta temi concreti, argomenti di cronaca ed è diretta da persone serie e competenti con il contributo di diciannove redazioni regionali. Nata nel 1972 come “bollettino informativo” bimestrale dell’attività dell’Istituto Nazionale di Urbanistica, la rivista è diventata un punto di riferimento del dibattito sulla pianificazione del territorio italiano e non solo. La nuova veste grafica la rende attraente, ma non seducente. Una rivista da leggere, non da sfogliare.

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Sostenibilità e paesaggio nell’Europa contemporanea

Abstract della conferenza tenuta il 10 novembre 2011 all’Accademia di Architettura di Mendrisio

La sfida lanciata dai protocolli internazionali sull’ambiente vede ormai da alcuni lustri l’antico continente in prima linea per l’elaborazione di politiche urbane e territoriali innovative e la sensibilizzazione verso nuovi e diversi modelli comportamentali, maggiormente attenti alla sostenibilità ambientale che si affianca ormai di norma, a quella economica, sociale e istituzionale: in primis per il peso nella produzione e consumo di beni materiali ed immateriali; secondo per la concentrazione di strutture urbane e di infrastrutturazione del territorio; inoltre per la straordinaria continuità storica delle stratificazioni antropiche che ci tramanda uno dei patrimoni paesaggistici più ricchi e suggestivi del mondo; infine per la consapevolezza del ruolo guida e di modello svolto dagli organismi europei nel sostegno delle politiche ambientali e della cultura in ogni sua manifestazione.
A distanza di alcuni decenni dai primi studi teorici sulla sostenibilità ambientale possiamo tranquillante affermare che essa viene ormai condivisa ampie aree della comunità scientifica internazionale e che le sue applicazioni pratiche sono impiegate con regolarità nella gestione del territorio e in molti settori di produzione. Potremmo sostenere che l’orizzonte economico all’epoca della globalizzazione è rappresentato dalla sostenibilità ambientale e dalle sue applicazioni pratiche, da molti identificate nell’insieme come Green Economy.
Anche la categoria culturale del paesaggio ha cessato di esprimere unicamente il suo valore iconico e di sfondo al gesto architettonico per assumere quello di strumento di progettazione alla scala ampia: la pianificazione territoriale e l’urbanistica hanno assunto il paesaggio come livello di progettazione integrata grazie alla sua natura multidisciplinare, cioè capace di raccogliere e far interagire innumerevoli elementi presenti sul piano fisico, istituzionale, storico e culturale.
L’elenco dei temi si rinnova anche a partire da una ricerca continua offerta dalle esigenze espresse delle pubbliche amministrazioni (Agenda 21 locali) nella gestione quotidiana del territorio secondo i principi della sostenibilità ambientale. Inoltre la gestione dei progetti a grande scala che richiede crescenti competenze tecnologica e l’impiego anche parziale di discipline molto diverse offre oggigiorno all’architettura del paesaggio nuove opportunità professionali, sancite anche dalle normative dei singoli paesi riferite alla ratifica della Convenzione Europea del Paesaggio che sostiene i principi di consapevolezza sociale e politica del paesaggio come opportunità di sviluppo per le collettività locali. Ricerche per rendere maggiormente obiettive le normative sull’impatto paesaggistico dei piani regionali e di nuove infrastrutture a scala territoriale, al pari delle valutazioni ambientali, sono ormai nel programma dei principali osservatori ed organismi europei afferenti al paesaggio europeo.

Ascolta la registrazione dell’intervista rilasciata alla RSI Radio Televisione Svizzera “Lo sciamano in bicicletta” del 23 dicembre 2011 alle ore 17.05 a cura di Feo del Maffeo

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Antoine-Laurent Lavoisier

Nulla si crea, nulla si distrugge, ma tutto si trasforma. Antoine-Laurent Lavoisier

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Crisi dello spazio pubblico. La chiave italiana

Pubblicato in ‘Scape n.1 2011 (stralcio del testo originale in italiano)

E’ sotto gli occhi di tutti: l’Italia vive da almeno vent’anni uno dei periodi di crisi più profondi della relativamente giovane storia democratica. Il crescente individualismo e l’emergere di forme tecnologiche innovative di comunicazione (TV e internet) ben controllate dall’attuale regime politico, ha prodotto il definitivo mutamento antropologico del rapporto tra le comunità locali e gli spazi della propria vita collettiva. Rapporto che proprio nella nostra penisola nel lontano passato ha permesso la nascita e lo sviluppo delle forme più originali dello spazio pubblico: le piazze civiche.
In tal senso potremmo dire che le attuali condizioni delle “cento città” (*) italiane rappresentano un vero e proprio laboratorio sul futuro dello spazio pubblico, come almeno è stato considerato fino ad ora.
Pier Paolo Pasolini, figura di poeta poliedrico e fine intellettuale, descrisse con estrema lucidità attraverso numerosi lavori giornalistici e filmici, la trasformazione antropologica e culturale vissuta dalla società italiana uscita dal disastro della seconda guerra mondiale ed avviata verso una inedita condizione di benessere. L’amore verso l’autentico e la specificità dei luoghi, come espressione della vita corale delle collettività locali, lo portò a denunciare a più riprese l’appiattimento dei valori proposti dai modelli emersi nella seconda metà degli anni ’60, proprio grazie alla diffusione del mezzo televisivo nelle famiglie italiane. Confrontando in modo esemplificativo il suggestivo profilo della città di Orte in cui iniziavano a verificarsi le prime forme di degrado dovute a interventi edilizi con la città di nuova fondazione di Sabaudia, Pasolini nell’intervista-documentario “La forma della città” trasmesso sulla RAI agli inizi degli anni ’70, dichiarò che l’omologazione culturale delle diverse realtà regionali italiane a cui il fascismo aveva aspirato senza successo per più di un ventennio, era stata raggiunta in pochissimi anni dal consumismo dilagante alla fine degli anni ‘60. Una visione aspramente critica della società italiana e un’aperta denuncia nei confronti dei partiti politici di allora, nonché dell’intera classe dirigente italiana, che da lì a poco gli costò la vita (**). La perdita dei valori locali, sebbene contrastata da un consistente movimento d’opinione con decise connotazioni conservatrici che nel frattempo stava crescendo nel Paese, e una certa avversione verso tutto ciò che rappresentava “tradizione”, costituì il terreno fertile per il depauperamento della lunghissima storia dialogica tra le collettività locali e la costruzione dei luoghi; relazione che ha reso uniche le campagne, i piccoli centri rurali, gli spazi pubblici, le piazze e i centri storici delle città principali. L’oblio mnemonico, la perdita di consapevolezza delle ragioni che hanno prodotto il paesaggio italiano e l’eccesso di benessere diffuso hanno aperto le porte al disinteresse nei confronti dello spazio circostante e al cattivo gusto delle nuove edificazioni. A ciò si aggiunge la notoria indole di un popolo stretto attorno alle istituzioni della famiglia e della collettività locale ma cinico e tendenzialmente anarchico, con una buona dose di sospetto strutturale verso le autorità che sin dall’antichità vennero imposte da dominazioni straniere. L’opportunità della prevaricazione nei confronti degli altri e del disprezzo delle regole rappresentano ora, per esempio, i principali ostacoli allo stabilizzarsi di piani di tutela e valorizzazione del paesaggio (***).
[....]
L’argomento tecnologico e l’epistemologia del progetto non risultano secondari. L’industrializzazione del mercato edilizio e la standardizzazione dei processi costruttivi, ma soprattutto l’uniformazione sull’intero territorio europeo delle normative che regolano la realizzazione dello spazio antropizzato, delineano chiaramente i limiti di intervento del progetto dettando nuove condizioni e diverse modalità di intervento. Il problema sembra essere l’applicazione generalizzata delle tecniche di marketing e project financing a tutta la produzione dell’occidente, anche quella edilizia e dello costruzione dello spazio collettivo. La certezza della esecuzione dei lavori secondo le attese finanziarie dei promotori e quelle dei fruitori ha letteralmente rivoluzionato il ruolo del progettista, dovendo egli eseguire nella maggior parte dei casi semplici procedure di assemblaggio di semilavorati al fine di avvicinare il più possibile la realizzazione finale dell’opera al concept iniziale del progetto, a quanto cioè è stato anticipatamente promosso e venduto con le immagini di photoshop. La suddivisione dei ruoli e delle competenze garantisce sì maggiori certezze, ma rilega l’architetto al semplice ruolo di “creativo” del processo di costruzione di un prodotto in sé compiuto, che non ammette modifiche in corso d’opera, esattamente come avvenuto in passato nel campo del “forniture design”. Per l’architetto-scenografo, l’esperienza del luogo e l’analisi delle risorse passano quindi in secondo piano rispetto alla sua capacità di produrre sempre nuove e seducenti figure, di immaginare nuovi luoghi senza necessariamente partire dalla loro realtà fisica, dalle relazioni contestuali, dalle precedenti vocazioni: in questo consiste la connessione dell’architetto al mondo della comunicazione, delle riviste internazionali, dei mass-.media, dello star system e del consenso politico. Quest’ultimo torna ad essere centrale rispetto alle possibilità di incarico e quindi di avviamento della attività professionale. L’architetto ha perso il suo distacco critico dalla politica.
L’efficacia sempre più temporanea dell’azione politica sullo spazio pubblico nella città contemporanea sposta l’interesse delle scelte progettuali nella direzione della realizzazione di installazioni temporanee capaci di rappresentare la novità in quanto tale ad evocare e non affrontare i temi di attualità presenti nel dibattito architettonico. Mentre si accumulano le problematiche ambientali irrisolte nelle più importanti città italiane per il ritardo con cui vengono affrontato dalla politica le scelte infrastrutturali di base, si moltiplicano è acquisiscono sempre maggior peso, purtroppo anche nella cultura progettuale, le proposte utopiche e ed ambiental-populiste capaci incrementare sensibilmente il consenso politico. Riviste, critici, mostre, amministrazioni pubbliche cadono in tale tranello teso dalla banale mercificazione del prodotto. In tutto ciò lo spazio pubblico non è altro che la rappresentazione fisica della precarietà delle relazioni sociali dominate ormai anche esse dagli interessi e dalle logiche di mercato. Nel mondo dominato dal marketing esperienziale la figura dell’architetto lascia definitivamente lo spazio a quella del set-designer (*****).

Antonio Angelillo marzo 2011

(*) Il termine “cento città” viene impiegato normalmente per indicare la penisola italiana in età comunale.
(**) Pier Paolo Pasolini venne soppresso in circostanze oscure. Solo negli ultimi anni vennero denunciate gli insabbiamenti da parte dell’allora regime politico.
(***) Vedi il protrarsi delle leggi sul condono edilizio e la legge del Piano Casa promulgata dall’attuale governo Berlusconi che prevedeva all’origine la possibilità di chiunque di ampliare di un terzo gli edifici residenziali senza alcun progetto edilizio e in qualsiasi contesto.
(****) Ne è un esempio il confronto tra i progettisti del concorso City Life di Milano
(*****) Figura inizialmente legata alla sola produzione di set cinematografici o pubblicitari.

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