Walt Whitman

Mi contraddico? Ebbene sì. Mi contraddico. Sono vasto, contengo moltitudini. Walt Whitman

 

 

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Il Pritker Prize 2011 a Souto de Moura

Il Giornale dell’Architettura n.94 maggio 2011

È curioso pensare che, a quasi vent’anni di distanza, la più alta onorificenza per la disciplina sia stata assegnata proprio a due architetti di due generazioni diverse, Alvaro Siza ed Eduardo Souto de Moura, appartenenti alla stessa città che hanno insegnato nella stessa università, percorso molte esperienze progettuali comuni e che condividono oggi gli edifici dove lavorano e perfino il condominio dove abitano. Eppure a guardarle bene le loro architetture appaiono estremamente differenti, quasi appartenenti a due pianeti diversi.
Esistono una serie di evidenti motivi che hanno reso la figura di Souto de Moura originale e autonoma rispetto a quella di Siza, determinandone una rapida ascesa e collocazione, non ancora quarantenne, all’interno della cultura architettonica contemporanea. Bisogna innanzitutto rilevare la corrispondenza tra il periodo di crescita e maturità dell’autore da un lato, e il riconoscimento istituzionale e il carattere di eccezionalità che lo sviluppo della professione ha avuto in Portogallo dall’altro; ciò ha significato una maggiore possibilità sperimentale «sul campo» e l’assunzione di certi connotati di concretezza ed empirismo che le sue opere effettivamente possiedono.
D’altro canto è anche vero che la straordinaria evoluzione dell’architettura portoghese, composta da personalità tanto differenti, ha suscitato a partire dalla seconda metà degli anni ottanta l’interesse di buona parte della critica internazionale, irrompendo così, con un «effetto novità» generalizzato, all’interno dei media specializzati. Souto de Moura interpreta ma al contempo contraddice e supera il noto paradigma dell’architettura portoghese come puro fenomeno regionale nato dalla condizione d’isolamento in cui un gruppo limitato di architetti era costretto a operare nella seconda metà del Novecento. Attraverso una certa continuità dei temi studiati nella sequenza delle sue opere degli anni novanta, che vengono intese come dimostrazione di problemi pratici sempre diversi da indagare, e nuove e fruttuose ricerche relative alle condizioni costruttive e professionali che hanno segnato l’ingresso del suo paese nella globalizzazione, Souto de Moura ha avuto il merito di spostare l’asse del discorso fino a quel momento dominante la scena della cultura progettuale, non solo in Portogallo.
Dei suoi maestri Fernando Tavora e Siza condivide in fondo solo le scelte di campo: la negazione del problema linguistico come centro del discorso architettonico, la ricerca di una nuova lettura (non analitica-razionale ma soggettivo-ambientale) del contesto, la restituzione della pratica artistica nel processo progettuale, la riscoperta dei valori della concretezza e del realismo impliciti nel mestiere, la fiducia di una certa oggettività riposta nella costruzione. Lungi dalla visione assoluta e irrazionale del bel disegno presenti nello storicismo postmoderno dominante a cavallo del 1990, i progetti di Souto de Moura interpretano e rendono espliciti i principi primari contenuti nel contesto, legandosi profondamente alla situazione specifica, valutandone fino agli estremi i presupposti del programma, chiarendo tecnologicamente la contrapposizione tra innovazione e tradizione presente nell’epoca della transizione portoghese verso un nuovo sistema economico.
Il contesto rimane un tema ricorrente nelle sue opere. In ogni caso si tratta di lavorare concretamente in esso aggiungendo, sottraendo, spostando, dividendo degli spazi e delle materie, operando con tecniche primitive che richiedono chiarezza: quindi linee e piani geometrici semplici. Un processo esattamente contrario a quello di concettualizzazione dello spazio e di tentativo della rappresentazione dell’assoluto nelle quali hanno proceduto le prime avanguardie fino al riduzionismo linguistico di Mies van der Rohe. Souto de Moura parte invece dalla trasformazione concreta del sito raggiungendo faticosamente, con gesti discreti e precisi e assumendo alcuni elementi del linguaggio miesiano come modello da adattare, gli obiettivi primari del progetto. Tutto ciò richiede, date le condizioni del contesto in cui avviene la costruzione, una certa elementarità del linguaggio, anche per un semplice problema di comunicabilità sul cantiere. Sforzo che lo lega da un lato alle avanguardie concettuali nella scultura contemporanea, dall’altro alla tradizionale produzione edilizia del Portogallo, basata sulla razionalità della costruzione e su una certa dose di pragmaticità.
L’azione progettuale per Souto de Moura opera una profonda trasformazione di senso del sito dividendo, creando limiti di nuovi ambiti, sottolineando caratteri, esprimendo giudizi su tutto ciò che c’è intorno. In tal modo è comprensibile il recupero dell’importanza divisoria del muro (presente in molte sue prime opere come le case realizzate per l’alta borghesia del nord del paese dove spesso ha operato, inteso come la definizione di limite) elemento costitutivo di ambiti spaziali e generatore di significati e funzioni differenti se non contrapposti.
Dal Sec di Porto allo Stadio di Braga, dalle stazioni metropolitane di Porto alla pousada di Santa Maria do Bouro, alle numerose opere costruite all’estero, egli non dimostra nostalgia per i materiali naturali né stupore per le alte tecnologie: un’equilibrata miscela di diversi materiali e tecniche, artigianali e di assemblaggio, convergono in un unico risultato efficace ed economico. Può forse non essere l’unico modo ma è senz’altro quello che permette una riscoperta del valore percettivo dei materiali naturali senza evitare l’impatto delle tecnologie avanzate. Souto de Moura vuole infatti a ogni costo far emergere nelle sue opere l’ostinata identità dei materiali. Proprio come nelle sculture di Carl Andre viene esibita la loro specifica proprietà, orientando le fibre, studiando i tagli e le molteplici possibilità d’impiego, prevedendone persino la deformazione e il loro ovvio deteriorarsi. È questa l’origine dello studio paziente del dettaglio, in quanto detentore dei segreti della qualità dell’edificio: «Le bon Dieu est dans le détail», diceva Gustave Flaubert ripreso successivamente da Mies in architettura. Anche in questo caso Souto de Moura è cosciente che non occorre inventare niente poiché esiste un patrimonio di soluzioni e di dettagli già sperimentati dal Movimento moderno che si possono riusare o adeguatamente ridisegnare.
La verità è che «già nei suoi primi lavori, intrapresi nel 1980, Souto de Moura ha avuto un approccio coerente, senza mai adottare le tendenze del momento. A quel tempo, durante il culmine del postmodernismo, dopo aver sviluppato il suo singolare percorso, era decisamente fuori moda. Se guardiamo oggi, i suoi primi edifici possono sembrare normali, ma dobbiamo ricordare quanto realmente coraggiosi fossero allora» (dal verbale della giuria). Antonio Angelillo

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Altro che favorevoli o contrari…

Recentemente siamo stati sottoposti a una pubblicità televisiva che per me risulta un vero insulto all’intelligenza: un confronto d’opinione a partire da una partita di scacchi che voleva insinuare nella mente degli italiani la necessità di discutere in un ipotetico “forum on line” sull’introduzione o meno del nucleare in Italia. Si tratta di una discussione del tutto inutile, e sarebbe stata inesistente fino a qualche mese fa, se un ministro della repubblica non si fosse espresso favorevolmente al recupero di questo genere di produzione di energia nel nostro paese. Una campagna pubblicitaria progettata a tavolino per promuovere un referendum che probabilmente permetterà ad una ristretta lobby di tecnici, manager e comunicatori di trarre profitto dal movimento di finanziamenti pubblici necessari per promuovere, pubblicizzare, convincere e pianificare il nucleare. Non dico realizzare centrali nucleari, questo per fortuna sarà difficile. Solo parlarne. Infatti, considerati tutti gli aspetti economici e di mercato, c’è da dubitare che qualche grande produttore di energia decida di investire su nuove centrali nucleari in Italia se non grazie a consistenti finanziamenti pubblici, ovviamente a fondo perduto. E’ lecito il sospetto quindi che si tratti dell’ennesimo marchingegno progettato per spillare i soldi dallo stato come per le grandi opere pubbliche. Bisogna essere realistici: costa meno comprare questo genere d’energia dall’estero che produrcela in casa, in attesa che si esauriscano nei prossimi decenni pure i giacimenti di uranio oltre quelli dei combustibili fossili. Al di là della questione “sicurezza” che, come si è visto, è tutta da dimostrare. Se lo stesso premio nobel, il fisico nucleare Carlo Rubbia sostiene che è inutile accanirsi su una fonte di energia che non riesce ad offrire ormai nessun efficace incremento in termini di produttività e sicurezza, risulta insopportabile una propaganda che assegna proprio il pedone nero e l’inflessione di voce contrariata a chi invece guarda avanti, pensa ad altre forme di energia, pensa positivo. La mancanza di una adeguata politica energetica nazionale che metta insieme la grande opportunità delle nuove tecnologie e lo straordinario sistema territoriale e geografico italiano invece di rincorrere modelli ormai superati che gli altri paesi occidentali stanno già abbandonando da anni: questa è la vera discussione da fare.

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Eric Fromm

Se io sono quello che ho e perdo quello che ho, allora chi sono? Eric Fromm

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Chi comanda a Milano (uncut)

Appunti preparati per l’introduzione all’inchiesta “Chi comanda a Milano” pubblicata nel numero 91 febbraio 2011 del Giornale dell’Architettura presentato il 22 febbraio alle ore 21.00 alla Casa della Cultura a Milano.

1. Milano rappresenta attualmente uno dei più dinamici mercati immobiliari europei e il luogo dove si concentrano e si depositano storicamente, a diversi livelli, gli interessi finanziari del resto d’Italia. Compresa quella delle mafie.
2. Milano e la Lombardia sono un eccezionale laboratorio politico che ha dato origine ai movimenti operai, ai sindacati e che ha strutturato i grandi movimenti di destra dominanti la scena nazionale e internazionale: il fascismo di Mussolini, la destra socialista di Craxi, la lega di Bossi, e ovviamente il berlusconismo.
3. La straordinaria continuità politica dei tre livelli amministrativi (Comune, Provincia, Regione) che si verifica dal 1993 ha permesso per la prima volta in Italia di sperimentare sul campo le politiche territoriali della nuova destra che privilegiano due principi ideologici: deregulation e ampi spazi all’azione dei privati. L’antico Piano Regolatore, cioè che regolava gli interessi privati e pubblici, è stato messo in soffitta con tutto il suo bagaglio riformista. 
4. Non esistono dubbi: l’attuale condizione del territorio milanese è il risultato diretto di quasi vent’anni di tali politiche territoriali.
5. La delega alle regioni sulla legislazione urbanistica ha dato luogo alla legge regionale che ha rielaborato l’intero impianto normativo e permette ai singoli comuni di dotarsi di un proprio strumento elaborato ad hoc. Nel caso di Milano sono stati rielaborati e sono in fase di approvazione i tre principali piani: PGT (comunale) PTCP (provincia) PTR (regione).
6. La filosofia degli ultimi vent’anni, e presente anche nei piani in approvazione, consiste nella riduzione del peso dell’ente pubblico all’interno della pianificazione del territorio a fronte di un maggior impegno degli investitori privati, fenomeno che si manifesta nelle seguenti modalità: taglio del bilancio e dell’organico degli uffici di pianficazione (PRG appaltato a studi e consulenti esterni), snellimento delle procedure, riduzione del controllo, interpretazione strumentale degli standard urbanistici, impiego della contrattazione diretta pubblico/privato per ottenere benefici pubblici a fronte di una maggiore libertà del modo con cui i privati ottengono profitti dagli investimenti, disponibilità sul mercato di nuove aree a fini edificatori per incassare gli oneri di urbanizzazione, libero mercato degli affitti e delle vendite, svilimento della funzione calmieristica del mercato operato tradizionalmente dall’ex IACP.
7. Le aree industriali dimesse sono state negli ultimi vent’anni la grande risorsa di sviluppo immobiliare per Milano. Nel limbo prodotto dalla mancanza del nuovo piano a Milano si è operato per progetti separati, con alti indici di edificabilità e delegando ai privati il disegno morfologico. I grandi gruppi immobiliari, che si possono contare sulle punte delle dita, si sono accaparrati tra la fine degli anni ’80 e gli inizi degli anni ‘90 tutte le aree edificabili (e non) ed hanno operato sempre relazionandosi direttamente con i rappresentanti politici. Cioè, in mancanza di strumenti urbanistici adeguati ad un controllo della gestione del territorio, i progetti sono stati contrattati (concertati) direttamente con i rappresentanti politici. Anzi possiamo tranquillamente dire che alcuni dei protagonisti della scena politica degli ultimi anni sono nella maggior parte dei casi espressione diretta o indiretta degli interessi dei grandi gruppi immobiliari.
8. Gli unici conflitti a cui assistiamo sulle pagine dei giornali tra i protagonisti dei diversi livelli amministrativi sono legati alla gestione delle proprietà delle aree. Per esempio quelle della Expo. I consigli delle pubbliche amministrazioni si occupano poco delle problematiche sociali (immigrazione, alloggi, servizi, sicurezza) o ambientali (inquinamento e reti infrastrutturali).
9. Per legittimare questa politica che vincola l’immagine architettonica agli affari sono state chiamate archistar (di dubbia qualità, anzi alcune non sono neanche tali) che stanno sconvolgendo lo skyline della città con grattacieli, oggetti giganteschi senza grazia, enormi Mazinga più adatti alle nuove megalopoli orientali. Niente da fare con la storia del movimento moderno che ha realizzato la città tra gli anni ‘30 e gli anni ’50. L’architettura e il buon gusto non abitano più qui.  Le archistar che non si piegano agli interessi immobiliari vengono esonerate.
10. Né il Politecnico, né l’Ordine degli Architetti hanno preso ufficialmente posizioni critiche rispetto ciò che sta accadendo a Milano.
11. Non esiste un libero mercato immobiliare a Milano. Un accordo tra le reti delle agenzie immobiliari che controlla il mercato dell’usato e i grandi gruppi che gestiscono le nuove realizzazioni definisce prezzi, tempi  e modalità di vendita in modo che nessun proprietario ci rimetta. La dinamica immobiliare ha solo parzialmente interessato le piccole imprese essendo quasi assenti le possibilità di lottizzazioni a bassa densità. E’ quindi l’oligopolio immobiliare che regna senza contrasto a incassare la maggior parte dei benefici delle grandi operazioni; operazioni che immettono sul mercato a prezzi esorbitanti uffici e residenze di bassa qualità tipologica e tecnologica. Nessun investimento nella ricerca, nella verietà dei tipi edilizi, negli spazi privati e pubblici ecc., con buona pace degli studi sulla tipologia edilizia e la morfologia urbana, esperienza sperimentale nata proprio nel Politecnico di Milano negli anni ‘70. Buona parte degli alloggi non vengono neanche immessi sul mercato perché rappresentano investimenti finanziari puri e semplici, spesso di provenienza dubbia. Ora che investire in borsa è rischioso prende sempre più consistenza l’investimento immobiliare anche per i piccoli risparmiatori del resto d’Italia. Investire a Milano è più sicuro.
12. In conclusione: il guadagno di pochi si realizza a scapito di tutta la cittadinanza che deve sobbarcarsi non solo l’aumentato costo della residenzialità (prezzi degli alloggi e degli uffici alle stelle) ma dovrà ripartirsi nelle prossime generazioni anche i danni sociali e ambientali prodotti da uno sviluppo senza controllo. Oltre a ricevere in cambio una città decisamente “brutta”.
13. E’ vero che Milano drena risorse finanziarie dal resto d’Italia, ma queste non vengono investite in attività innovative, come era in passato per l’industria e il terziario. Si sa: una società che investe sulla rendita immobiliare anziché sulle attività produttive è una società parassitaria e in declino, il cui motore economico è destinato a perdere potenza, come è dimostrato dal recente declassamento della competitività tra le metropoli europee ed in particolare del settore che la città ritiene più avanzato, quello dell’alta moda.

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Albert Einstein

Ho sempre amato la solitudine, caratteristica che tende ad accentuarsi con l’età. Albert Einstein

Albert Einstein

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Ikea vs. paesaggio

Oggi è sabato. Stamattina sono stato all’Ikea di Carugate. Il rito si ripete quasi ogni sabato per le famiglie milanesi che, organizzate ed ordinate, apprezzano il buon design e le polpette di carne di renna che il ristorante svedese offre. Una sorta di Expo 2015 di Herzog  & Boeri ante-litteram.
Stimo l’Ikea. Vent’anni fa è sbarcata a Milano e ha trasformato finalmente il gusto estetico dello spazio domestico italiano. Basta con il rustico kitsch e demodé!  Io stesso “abito” Ikea. Tutto quello che avrebbe dovuto fare l’imprenditoria italiana dagli anni ’90 in poi l’hanno fatta gli altri. Ikea oggigiorno rappresenta anche l’immagine di un modo sociale ed ecologico di fare impresa…
Io non sono di Milano, sono nato a Gorizia e torno ogni estate per  passare due settimane di ferie con la mia famiglia nella valle dell’Isonzo, sulle colline del Collio, a bere una birra slovena con gli amici nella valle del Vipacco. Uno dei paesaggi più belli d’Europa. Mi ricordo che alle scuole medie una delle tavole richieste nelle ore di disegno era la riproduzione della sequenza dei campi della pianura friulana frammezzati da linee di gelsi, i vigneti sulle colline e le Alpi sul fondo. Il tutto da realizzarsi attraverso lo sfumato leonardiano…
In autostrada, entrati in Friuli ci si sente immediatamente immersi nella poetica pasoliniana: i campi, le stradine sterrate, le piantumazioni regolare di pioppi, i casolari ormai abbandonati, la ferrovia e la stazione di “Casarsa”, sempre presente nella memoria anche grazie ai miei viaggi in treno per frequentare lo IUAV di Venezia. Una sequenza di terre strappate, grazie a secoli di lavoro umano, dall’insidia delle paludi e dell’acqua salata. E poi alcuni capannoni realizzati negli anni ’80 da Gino Valle ben attenti all’attacco a terra..
Gli argini del Tagliamento e poi del Livenza segnano il confine tra Veneto e Friuli. Gli stessi argini dove muore di infarto il colonnello Cantwell, il protagonista di “Al di là dal fiume e tra gli alberi” scritto due anni prima de “Il vecchio e il mare” che valse ad Hemingway il Nobel per la letteratura nel 1952. Gli argini nella Pianura Padana definiscono ambiti, stabiliscono confini, contribuiscono soprattutto al controllo e alla regimentazione delle acque; in sostanza rappresentano la principale matrice geomorfolocica del paesaggio friulano.
Ogniqualvolta ripartivo dall’isontino, l’ingresso nel casello autostradale di Villesse era segnato da una nota di nostalgia accentuata dallo spettacolo della sintesi, dell’apice dell’idea del paesaggio Friulano rappresentato dalla sequenza dei campi di granturco organizzati attorno all’argine del Torre. Sul fondo le colline del Collio, le Prealpi e le Alpi Giulie. D’inverno, soprattutto dopo un acquazzone, o meglio in coincidenza della Bora, da quel punto si gode una vera è propria scenografia: le montagne si affermano protagoniste quasi in primi piano, i loro dettagli grigio-ombrati, il candore della neve, l’azzurro del cielo, la consapevolezza che l’Adriatico è alle tue spalle, a Grado. Quell’immagine per me consolatoria,  mi permetteva di ingranare la quarta, attraversare l’orizzonte della Pianura Padana in apnea e raggiungere le nebbie di Milano, e rimanerci per i primi giorni adirittura  con un certo buon umore.  In quei fertili campi di Villesse compresi nella confluenza tra il Torre e l’Isonzo  avevo fotografato Bruno Barla seduto sulle balle di fieno, come su un trono di paglia, foto scattata durante un seminario ACMA sul confine di Gorizia e Nova Gorica.
Quest’estate, arrivando a Villesse in auto, l’amara sorpresa delle ruspe e il giornale radio regionale che snocciola i dati della disoccupazione locale e la chiusura di aziende come se fosse un bollettino di guerra. “Per fortuna l’Ikea di Villesse che aprirà in ottobre, ha già assunto alcune centinaia di dipendenti…”.  Mi domando tra me e me come questo sia possibile, quali norme hanno permesso di distruggere quel luogo suggestivo per farne uno nuovo, uguale a Carugate, quale valore ha l’agricoltura oggi  e se alcune centinaia di posti di lavoro possono ad una Regione ricca come il Friuli-Venezia Giulia permettere di rinunciare ad un pezzo della sua storia, la sua memoria collettiva, la sua identità. Forse il centro Ikea a cui friulani e sloveni non possono rinunciare (pena l’esclusione dalla modernità)  poteva essere costruito nello svincolo successivo,  qualche chilometro più avanti, vicino all’aeroporto di Ronchi dei Legionari, o a Cervignano, dove già esistono altre infrastrutture? All’Ikea cambiava qualcosa? A me francamente si.

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Non alberi, ma buone opere pubbliche

Il Giornale dell’Architettura n.91 febbraio 2011

Soglie pm10 gennaio 2009

Non alberi ma buone opere pubbliche
Il 23 febbraio 2010 rimbalza tra le agenzie di stampa la notizia dello sversamento doloso avvenuto durante la notte di dieci milioni di litri di idrocarburi, pari a 670 autocisterne, una colonna stradale di circa cinque chilometri, dall’impianto di una raffineria di Villasanta, vicino Monza. Non tutta la popolazione si accorge però che in poche ore la macchia oleosa con spessore di 15 cm raggiunge la lunghezza di 40 chilometri lungo il fiume Lambro il quale, ingrossato dalle piene invernali, trascina rapidamente i residui del gasolio in direzione del Po, verso l’Adriatico; non se ne accorge perché già di per sé tra il 50% e l’80% della portata del Lambro non è costituito d’acqua, almeno d’acqua defluita per via naturale. Nella notte del 28 febbraio una seconda azienda ancora non identificata coglie al volo l’occasione per riversare nel fiume un ulteriore carico di residui tossici di lavorazione, confermando una prassi consolidata che vede l’affluente come il principale fattore di apporto di sostanze nocive del fiume Po nell’Adriatico (circa il 30% del totale). Uno dei peggiori disastri ambientali della Lombardia dopo il caso Seveso del 1976, con un danno ecologico (ed economico) incalcolabile per le prossime generazioni, ha origine dalla fragilità in cui versa il sistema ambientale nella quasi totale indifferenza della popolazione e delle istituzioni.
Già nel 1987 il bacino del Lambro, Seveso e Olona, che sopporta la pressione di 6 milioni di residenti distribuiti in più di 400 comuni tra cui il capoluogo, venne dichiarato “area ad alto rischio ambientale” e per tale motivo sottoposto a studi e programmi che sono stati largamente elusi. Misure semplici, come per esempio la realizzazione di nuovi impianti di depurazione (due per l’intero territorio comunale e in funzione solo dopo il 2005) o la riorganizzazione del sistema di smaltimento delle acque reflue urbane dei comuni della provincia, sembrano non far parte delle priorità delle amministrazioni locali.
Così i grandi sistemi d’acqua provenienti dalle Alpi, tra fiumi, navigli, rogge e canali irrigui che hanno letteralmente costruito il territorio agricolo e definito la natura stessa della città di Milano, vengono percepiti ora solo come un ostacolo allo sviluppo, un potenziale danno economico. Lo dimostra la rassegnazione fatalistica con cui si accettano le frequenti esondazioni autunnali dei fiumi, soprattutto del Seveso, che mettono metodicamente fuori uso per settimane le linee metropolitane, mandando in tilt la città. In fondo, non v’è traccia nell’oblio delle cronache quotidiane dei danni ambientali irreversibili prodotti dall’evento di febbraio e delle successive ordinanze che vietano l’impiego dell’acqua del Lambro a fini irrigui.
E’ un dato di fatto: l’aria di Milano è irrespirabile, al di là della guerra sui numeri e degli scontri sulle interpretazioni degli effetti sulla salute pubblica. Se è vero che negli ultimi anni la qualità dell’aria (così come dell’acqua dei fiumi) è migliorata come sostengono gli amministratori, è anche vero che le attività produttive e quindi le fonti di inquinamento si sono ridotte a causa della crisi. Ma è giustificato che una realtà metropolitana che concentra il 35% della produzione di ricchezza della Pianura padana sia direttamente o indirettamente responsabile di una altrettanta quota del suo inquinamento? La verità è che, a fronte di una tale concentrazione di attività e di soldi, non ha corrisposto fino ad ora la dotazione di reti di trasporto pubblico per Milano e per  il suo territorio in grado di evitare il blocco del traffico e quindi le normali funzioni del capoluogo. Mentre scarseggiano i treni pendolari fioccano le multe della UE a causa del superamento ormai consolidato delle soglie (media 120-150 giorni all’anno) delle emissioni di PM10 e di particolato fine, noto agente cancerogeno. Solo ora si parla, con la discussione sul PGT in prossimità delle elezioni comunali, del raddoppio delle linee metropolitane, a partire dal completamento della linea 5 e la prosecuzione della linea 4 in direzione dell’aeroporto di Linate che finalmente si dovrebbe collegare alla città. Purtroppo i cospicui investimenti infrastrutturali hanno privilegiato gli interventi orientati a rendere più fluido il sistema viario come la nuova Tangenziale esterna, la Pedemontana ecc.
Ma il consumo di suolo è il vero problema per Milano. La sua disponibilità e la sua qualità si sono sensibilmente ridotte negli ultimi anni a causa delle dinamiche immobiliari che hanno privilegiato per ora le zone industriali dismesse e i terreni “di ritaglio” posti a corona del centro.
Raramente la realizzazione dei nuovi quartieri, opera di privati, si accompagna al disegno di spazi aperti, pensati in funzione delle connessioni urbane che avrebbero reso le nuove periferie parte integrante della città, magari attraverso una robusta rete di piste ciclabili di cui, a dir il vero, si rileva in città l’assenza pressoché totale. L’aumento di superfici impermeabili, che corrisponde spesso ad un numero sempre crescente di piani sotterranei, ha ridotto le capacità di drenaggio per ettaro e con tutta probabilità modificato l’assetto delle falde in alcune zone della città. Il suolo che non si può immediatamente consumare rimane lì, in attesa. Con la quasi totale dismissione delle attività industriali e agricole, i campi incolti, le antiche cave di ghiaia, le aree produttive, i piazzali e i depositi abbandonati sono spazi adibiti a funzioni marginali, a discariche abusive, ad attività dubbie. I progetti dei nuovi quartieri residenziali che prevedono la bonifica ambientale procedono a rilento, si interrompono o rimangono sulla carta. Lo scandalo del risanamento dei sottosuoli dell’ex Montedison per la realizzazione del nuovo quartiere di Santa Giulia è stato solo l’apripista di una serie di vicende di ambigua natura finanziaria. Invece di dar luogo alla costruzione di 1300 appartamenti, l’area dell’ex cava Geregnano in zona Bisceglie, è stata posta il novembre scorso sotto sequestro per la presenza di quasi due milioni di metri cubi di rifiuti indifferenziati e nocivi, tra cui pesticidi, metalli pesanti, solventi, clorurati e diossina della quale sembra si siano rilevate tracce di infiltrazioni nelle acque di falda. Terminate le aree disponibili, l’orizzonte degli interessi immobiliari in vista del 2015 si sta spostando verso sud, verso il Parco agricolo, vera risorsa ambientale di biodiversità per il territorio milanese e, al momento, ancora sotto tutela.
I protocolli internazionali sull’ambiente stabiliscono che acqua, aria e suolo rappresentano le principali risorse del patrimonio di un territorio che le collettività locali dovrebbero riconoscere, tutelare e valorizzare. Ma per il momento l’ambiente, anziché essere considerato un’opportunità, appare produrre solo problemi insormontabili ai quali la politica sembra rispondere con misure palliative, drastiche quanto temporanee, quali il rinnovo del parco auto o l’introduzione della tassa d’ingresso in centro, il controverso Ecopass. Misure certo utili ma che rimandano solo quelle definitive.
In questo specifico contesto culturale, nel quale è facile confondere la dimensione ambientale e paesaggistica con la semplice “presenza di alberi”, più si allontana nel tempo la soluzione strutturale più fanno presa proposte utopiche e populiste che trovano spesso una cinica concretezza nel mondo della comunicazione.
Così, mentre comitati di quartiere, studi professionali in fase di greenwashing, personalità nel mondo dello spettacolo lanciano seducenti campagne ambientaliste, rimangono sulla carta per questioni economiche i concorsi rilevanti per la città come quelli per la Darsena dei Navigli e per il Parco Forlanini, quest’ultimo vinto quasi dieci anni fa dal paesaggista portoghese João Nunes.
Perso il treno rappresentato dal recupero delle aree industriali dimesse per riequilibrare la presenza di “superfici verdi”in città (“Nove parchi per Milano” 1995 di Pierluigi Nicolin), le proposte più radicali come il Metrobosco (cintura verde) dello studio Boeri e i famosi 100.000 alberi per Milano di Renzo Piano e Claudio Abbado hanno avuto per lo meno il merito di aprire la strada all’adozione nel PGT dei Raggi verdi (quelli che nell’urbanistica tradizionale si chiamavano cunei verdi), una proposta dello studio Land, orientata alla riorganizzazione strategica di parchi e viali esistenti in funzione del collegamento del centro con la periferia. In tutto ciò giocheranno un ruolo strategico i Piani di cintura che riguardano il limite delle urbanizzazioni di Milano con il Parco Agricolo Sud.
Data la tendenziale riduzione di risorse disponibili per la realizzazione e gestione degli spazi pubblici è comprensibile la frequenza di giardini e parchi realizzati con il contributo dei privati nei nuovi quartieri residenziali, come nel caso dell’area del’ex Portello (di Charles Jencks e Andreas Kipar) e dell’ex Fiera denominata ora Citylife (concorso vinto da Gustafson e Porter), dell’ex Garibaldi Repubblica (dello studio olandese Inside/Outside). Invece non sono ancora chiare le motivazioni per la recente interruzione da parte del Comune della convenzione con Italia Nostra relativa alla gestione, in collaborazione con il WWF, del Parco delle cave e del Bosco in città, esperienze avviate negli anni ’70 su suoli abbandonati nella zona ovest della città, basate sul lavoro di generazione di cittadini e volontari impegnati nella riforestazione, nell’educazione ambientale e nell’organizzazione di orti urbani: realtà ambientale menzionata per la sua esemplarità alla candidatura italiana al Premio del Paesaggio del Consiglio d’Europa.

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Esondazioni a Milano. 2010: una cronologia degli eventi

Solo nel 2010 si sono verificate a Milano una decina di inondazioni. Più di 70 negli ultimi 30 anni.  Memorabile è quella del 2002 che ha letteralmente diviso in due la città e spazzato via gli argini dei principali fiumi milanesi: Olona, Seveso e Lambro.  Un aumento esponenziale dovuto a fattori climatici globali come l’effetto serra ma al momento sembra lontana la soluzione di un fenomeno il cui protrarsi mette in ginocchio il “sistema città”. 

3 maggio
Da Pero a Milano, l’esondazione del Seveso paralizza il traffico nelle prime ore del mattino. Nella zona dell’ospedale Niguarda si verificano i principali disagi.

12 maggio
Lambro e Seveso esondano in prossimità dei centri urbani. Distribuiti sacchetti di sabbia lungo il tragitto dell’Olona.  Chiusa la Milano-Varese per lo straripamento del torrente Bozzente, affluente dell’Olona. Tracima anche il Lura a Lainate.

24 luglio
Esonda il Seveso bloccando il traffico di rientro sulle principali arterie della Brianza.

13 agosto
Una precipitazione eccezionale colpisce la Lombardia e i tre fiumi di Milano non rimangono nei limiti degli argini: vengono segnalati allagamenti in tutta la città. Si procede ai primi sfollamenti nella provincia.

18 settembre
Il Seveso straripa. In pochi minuti un fiume d’acqua e fango si riversa all’interno delle linee metropolitane devastando strutture e diverse stazioni. Ci vorranno settimane per il ripristino della circolazione dei treni della linea 3. In tilt l’intera rete dei trasporti pubblici di Milano. Interrotta l’erogazione d’acqua potabile nella zona nord. Il sindaco chiede alla Regione lo stato di calamità naturale anche per gli ingenti danni prodotti ai cantieri della linea 5.

2 ottobre
Straripano contemporaneamente il Lambro e il Seveso producendo disagi soprattutto nella provincia di Milano. Sistemi fognari in tilt.

1 novembre
Allagamenti soprattutto sulle tangenziali e sulle principali strade extraurbane che si immettono nel capoluogo. Esondazione del Seveso nella zona nord e del Lambro all’interno dell’omonimo parco. Si rende necessario l’intervento della Protezione civile per aspirare l’acqua riversata nei campi con le idrovore.

16 novembre
Lambro e Seveso ancora fuori dagli argini. Il fiume Lambro supera gli argini in più punti, anche a Nord di Monza. Consigliato lo sgombero della comunità Exodus di don Antonio Mazzi.

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Marina Cvetaeva

Tutto il mio scrivere è prestare orecchio. Marina Cvetaeva

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